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Si chiude la costosissima saga di Alitalia

Abbiamo speso 10 miliardi per tenere in piedi la compagnia

Stefano Micossi 16/07/2021

Si chiude la costosissima saga di Alitalia Si chiude la costosissima saga di Alitalia La saga Alitalia è finita, i numeri del disastro sono impietosi. La nuova compagnia avrà meno di un quarto del personale di quella vecchia (fino a un massimo di 2800 dipendenti, oggi sono più di diecimila) e 52 aerei (oggi poco più di cento), con corrispondente riduzione delle rotte: un piccolo vettore regionale, che certamente non potrà sopravvivere da solo e dovrà trovarsi un compratore. Questo è il prezzo di aver rinviato gli aggiustamenti quando erano ancora possibili. L’ultimo piano industriale sostenibile lo fece Domenico Cempella, più di vent’anni fa, ma i sindacati si opposero e la politica lo respinse. Da allora abbiamo speso 10 miliardi per pagare le perdite della società e cercare di tenerla in piedi, per trovarci alla fine con un pugno di mosche. Brillano in questo inglorioso passato la mancata vendita ad Air France, con seguito di salvataggio pubblico da parte del governo Berlusconi; il rifiuto delle offerte di Lufthansa, che prometteva di mantenere 7000 addetti del settore volo e una flotta ancora dignitosa; infine, i prestiti dello stato per guadagnare tempo dei governi di centro sinistra e poi di centro destra, fino al colpo inevitabile delle autorità europee di concorrenza. Ma ci è voluto il governo Draghi per accettare l’accordo; un governo ‘politico’ avrebbe sempre preferito guadagnare tempo e lasciare la patata bollente al governo successivo (tanto, durano così poco, che nessuno si ricorda gli scempi di ciascuno).
 
Vale la pena, per capire le logiche che hanno guidato la politica in questa vicenda, di ricordare il salvataggio del 2007-08 in vista delle elezioni politiche. Il governo pagò 5 miliardi per tenere in piedi la compagnia, ma la somma fu in realtà utilizzata in parte rilevante per rimborsare un prestito ingente di Banca Intesa e per rifilare ad Alitalia gli aerei di Air One, una società altrimenti destinata al fallimento, ma ben ammanicata politicamente con il centro destra. Quegli aerei obbligarono Alitalia a competere nel segmento a breve raggio, nel quale non aveva speranze, e le imposero costi di manutenzione insostenibili. La compagnia era condannata già allora da queste decisioni, ma la politica era contenta. Poteva annunciare che la compagnia di bandiera era salva per portare i turisti in Italia e i nostri piccoli esportatori in Cina. Cinquemila dipendenti in esubero furono scaricati sull’amministrazione straordinaria, dove ancora vengono retribuiti dallo stato. Sostanziose parcelle furono pagate a importanti professionisti per gestire le successive crisi, con la sola condizione di non creare problemi alla politica. La crisi delle banche venete e di altre banche in difficoltà, quella dell’ILVA, la vendita di autostrade a Cdp (per soddisfare una richiesta grillina), le rete unica e le molte imprese mantenute nel lazzaretto dell’amministrazione straordinaria, con costi incommensurabili, sono tutti esempi di questa gestione a perdere della politica industriale – i cui costi ricadono sempre sui contribuenti e sull’economia, con danni permanenti sulle prospettive di crescita. San Draghi, aiutaci tu a liquidare questi metodi di gestione!
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