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Ministero Transizione Ecologica: nome che attende contenuti

L'accentramento delle decisioni di ricerca e investimento nelle tecnologie sostenibili

Pia Saraceno 12/02/2021

Un impianto fotovoltaico Un impianto fotovoltaico La dichiarazione degli ambientalisti che il presidente incaricato si farà promotore della riorganizzazione dei ministeri creando il Ministero della Transizione Ecologica, ispirandosi al modello francese (che ancora deve però essere messo alla prova), ha suscitato molte aspettative ed è stata la precondizione per mobilitare l'adesione della principale forza politica, il M5s. Un nuovo nome seppur evocativo non vuol però dire molto (già una direzione con lo stesso nome esiste al Ministero dell'Ambiente ed aveva compiti di coordinamento delle politiche per l'ambiente), se la politica di Governo non avrà definito una linea unitaria per promuove innovative tecnologie produttive e abitudini dei consumatori.
 
Il M5s, che attribuisce alla creazione del Ministero della Transizione Ecologica grande importanza, ha avuto Patuanelli e Costa a capo dei Ministeri candidati all'accorpamento. Avrebbero potuto già dare coerenza alla loro azione nel corso dei mesi dei governi gialloverde e giallorosso, ma non sono riusciti neppure a varare il Piano Energia e Clima. L'accentramento sotto un unico ministero delle decisioni d'investimento in ricerca ed in nuove tecnologie attingendo alle risorse del Ngeu, potrebbe essere il primo passo per dare coerenza alle scelte e per accelerare gli investimenti per tecnologie già presenti, ma frenate dalla sovrapposizione delle competenze tra diversi livelli di Governo e dalla lungaggine dei processi autorizzativi. Ma non è la garanzia che il percorso avrà successo.
 
Il successo dipenderà dalla chiarezza nell'indicazione degli obiettivi concreti, dagli strumenti per perseguirli, dagli indicatori scelti per il monitoraggio, dalla governance prevista ed implementata ecc. Capiremo che cosa si propone Draghi al riguardo tra qualche tempo, quando arriveranno le decisioni. La sostenibilità ecologica in teoria dovrebbe attraversare tutte le scelte di politica economica, trasformando l'approccio della salvaguardia dell'ambiente dall'impostazione sino ad ora codificata nelle direttive europee di "chi inquina paga" (seppure con molte eccezioni e definizioni d'inquinamento) in una opportunità per ridefinire cosa si intende per sviluppo e benessere per la collettività.
 
Da questo punto di vista, già il termine "transizione" potrebbe presentare delle suggestioni ambigue giacché sappiamo che nella transizione che abbiamo visto in passato (si pensi a quelli delle economie socialiste) le traiettorie si sono spesso avventurate in percorsi non proprio virtuosi tradendo le premesse. Modelli concettuali semplificati del funzionamento dei mercati hanno favorito la distorsione nella distribuzione dei benefici attesi dal cambiamento di paradigma nel funzionamento dei sistemi economici. Non si può pretendere di avere tutto subito con la bacchetta magica di Draghi, ma sappiamo che la scelta ecologica deve avere un orizzonte temporale di lungo periodo e deve implicare tra le altre cose un cambiamento strutturale alla salvaguardia dei beni comuni. Le forze che appoggiano questo Governo ne sono consapevoli?
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