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Di Recovery plan ce ne sono due...

... E il secondo ce lo giochiamo sul Sud

Francesco Grillo 09/02/2021

Ursula von der Leyen Ursula von der Leyen Di piani che l'Italia deve presentare a Bruxelles ce ne sono due: non solo il Piano di Rilancio e Resilienza (Pnrr) sul quale si aprono e chiudono crisi di governo; c'è anche l'"accordo di partenariato" che governerà la spesa dei fondi strutturali e che per tre quarti saranno spesi nel Mezzogiorno. La cosa curiosa è, però, che mentre discutere di Pnrr è diventato argomento di dibattito nei milioni di bar italiani (ridotti all'asporto dei cappuccini), di fondi strutturali si continua a parlare solo tra pochissimi addetti ai lavori. Eppure, le due partite sono quasi equivalenti per posta in gioco, Da una parte, sul Pnrr, ci giochiamo 65 miliardi (al netto di prestiti che andranno restituiti); dall'altra 57 miliardi (ai quali va aggiunto il cofinanziamento di Stato e Regioni), da spendere nei prossimi sette anni, che decideranno la sorte del Paese (e, forse, dell'Europa). In realtà, la difficoltà che il Governo sta trovando nel concepire i due documenti di programmazione, sono speculari.
 
Da una parte, sulla risposta italiana al Next Generation Eu scontiamo il costo di aver dovuto avviare una macchina - per il disegno e l'esecuzione del piano - che, praticamente, non esisteva. Il problema dei fondi strutturali è opposto. Negli anni si è aggregata attorno alla gestione delle politiche di coesione una comunità professionale stabile. Troppo stabile, laddove il materiale di cui abbiamo assoluto bisogno è fatto, ancora più che di soldi, di idee nuove. Mille volte è stato detto - ed è l'unica, parziale notizia che riesce ad arrivare sulle prime pagine dei giornali - che l'Italia è in strutturale ritardo nell'utilizzazione delle risorse: c'è stato, in realtà, un miglioramento e, però, nell'ultimo bollettino della Ragioneria Generale dello Stato, del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, avevamo, a due mesi dalla conclusione del periodo di programmazione 2014-2020, speso il 37% dei finanziamenti che avevamo a disposizione per i sette anni appena finiti. E, tuttavia, c'è molto di più.
 
C'è che i fondi strutturali non riescono più a fare la differenza né per il nostro Paese e, neppure, più in generale, a livello europeo. Oggi il Pil del Mezzogiorno continua ad essere di 10 punti inferiore ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2008, mentre il Centro Nord ha quasi recuperato il tracollo. In generale, è vero per l'Unione, che le politiche di coesione non riescono più a ottenere il risultato di ridurre i divari. E, allora, dobbiamo cambiare passo. Abbiamo il disperato bisogno di farlo e per riuscirci sono necessari due ingredienti. Innanzitutto, i due "Recovery Plan" vanno fusi in un'unica strategia. Il secondo punto talmente divisivo da far saltare governi, è quello della "governance": eppure basta stabilire che chiunque si occupa del raggiungimento nei tempi previsti degli obiettivi che la Commissione ci chiede di indicare, ne risponde con lo stipendio e la carriera. Il punto è che i due piani siano costruiti attorno alla stessa idea di poter ancora - all'ultima spiaggia - costruire un futuro; e alla voglia di giocarcisi tutto.
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