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Il lavoro da fare sul Recovery Plan...

...e un programma per non perdere l'ultimo treno

Francesco Grillo 23/12/2020

Il lavoro da fare sul Recovery Plan... Il lavoro da fare sul Recovery Plan... Quanto lavoro c’è ancora da fare sul Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza?  Che cosa ci manca se ci confrontiamo con le richieste della Commissione Europea, con le bozze pubblicate dagli altri Stati europei e rispetto alle esigenze di un Paese che ha l’assoluta necessità di non sbagliare più nulla? Sul Recovery Plan non c’è un portatore di interessi che non si stia pronunciando, ma la sensazione è che pochi abbiano fatto il sacrificio di leggersi il dossier. Su un piano tecnico alla bozza, mancano 4 passaggi decisivi e sono questi i primi feedback che arrivano dalla Commissione. Mancano, innanzitutto, i traguardi intermedi (“milestones”) dai quali la Commissione fa dipendere l’erogazione dei finanziamenti. Non si vedono, poi, le riforme (tranne un pezzo di quella sulla Giustizia) e, soprattutto, non c’è una riflessione sul motivo per il quale esse siano fallite negli ultimi vent’anni. Non ci sono, in terzo luogo, le scelte che una strategia sulla digitalizzazione e sulla transizione ecologica esigono. Infine, la valutazione economica degli effetti del Piano è prodotta da un modello macroeconomico troppo astratto e non si capisce, del resto, come il documento arrivi nella sua ultima sezione a stimare che l’impatto del Pnrr sia quasi esclusivamente limitato al Sud (secondo la bozza, già nel 2023, il PIL del Mezzogiorno aumenterebbe di quasi 6 punti, mentre di poco più di uno al Centro Nord). Questi sono i limiti tecnici e, ovviamente a ciascuno corrispondono nodi organizzativi e politici che il governo non sembra riuscire a sciogliere.
 
E, tuttavia, per non naufragare rischiando di portarci dietro l’intera Ue, è indispensabile fare, finalmente, delle scelte. Stabilire che Italia vogliamo  tra 7 anni, quando avremo esaurito l’ultima tranche di finanziamenti: per fare ciò non basta il “copia e incolla” degli obiettivi che le Organizzazioni Internazionali si pongono (fossero anche quelli di sviluppo sostenibile dell’Onu o il taglio delle emissioni di CO2 al 2030). Identificare quali sono gli ostacoli a questo processo di modernizzazione e capire come realisticamente le tecnologie ci possono aiutare a rimuoverli. Far saltare quei retaggi ottocenteschi dei contratti dell’impiego pubblico che impediscono l’esistenza di incentivi veri (che non sono le remunerazioni variabili identiche per tutti). Per riuscirci non è sufficiente né la sola Pa centrale ne’ una task force di marziani. Va subito costituita una squadra mista di amministratori con esperienza e manager esterni che accettino regole di ingaggio chiare che leghino all’esito del Recovery Plan carriere e stipendi. Solo con uno sforzo di razionalità e passione trasformeremo una temibile sfida tecnica in un progetto che coinvolga un intero Paese arrivato all’ultima spiaggia.
 
 
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