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La struttura produttiva congelata dai sussidi

C'è meno “distruzione creatrice” rispetto alle crisi precedenti

Sergio De Nardis 22/12/2020

La struttura produttiva congelata dai sussidi La struttura produttiva congelata dai sussidi Come sempre avviene nelle situazioni di crisi, anche la recessione da Covid comporterà modificazioni della struttura produttiva, solo che non sappiamo quali. Le necessarie misure di sostegno a favore di imprese e lavoratori offuscano, infatti, gran parte della prospettiva. Il processo di distruzione creativa delle recessioni avviene di regola attraverso l’uscita delle unità produttive meno efficienti: quando il Pil cade è la distruzione più che la creazione a determinare il cambiamento strutturale, dando luogo, grazie solo a questo movimento passivo, a un'economia più produttiva che si manifesterà nella ripresa. Ciò che si osserva, invece, nella recessione Covid è una riduzione del numero di cessazioni di aziende, anche (come mostra un recente studio di Banca d'Italia) rispetto alla fase espansiva degli anni passati. Chiaramente, i provvedimenti volti alla sopravvivenza delle imprese, pure di quelle che in normali recessioni si sarebbero estinte, concorrono a questo risultato. Ne consegue un appiattimento per cui, nell'attuale fase, non emergono forti differenze tra imprese più e meno produttive per quanto riguarda i futuri rischi di sopravvivenza (indagine Istat su imprese e Covid).
 
Oltre all’entrata/uscita delle imprese, il mutamento strutturale transita anche per i cambiamenti che avvengono all'interno delle aziende, ad esempio coll’abbandono di produzioni meno profittevoli e l’espansione di altre più promettenti. E, a giudicare dai cambiamenti dei codici Ateco richiesti dalle imprese nel 2020 (studio Banca d'Italia), il Covid sembra essersi accompagnato a un rinnovamento di prodotti senza precedenti. Solo che non sono certo state le prospettive di mercato post-pandemia a guidare le riorganizzazioni. Queste sono invece da imputare soprattutto ai provvisori provvedimenti di restrizione di attività che hanno spinto le imprese a cercare adattamenti alla situazione di emergenza nella direzione di linee di prodotto non necessariamente migliori. In piccolo, un effetto contingente di economia di guerra che verrà meno quando la guerra finirà. La crisi Covid può, dunque, essere gravida di cambiamenti, ma le misure di congelamento non li lasciano intravedere. Sarà un passaggio delicato, ma indispensabile per il rinnovamento del sistema, il ritorno alla piena operatività dei meccanismi selettivi dell’economia.
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Paolo Carnazza 31/12/2020 09:46
L’analisi condotta da De Nardis si sofferma su un recente studio della Banca d’Italia (Mistretta, 2020) secondo il quale i cambiamenti dei codici Ateco, verificatisi nei primi mesi del 2020, sarebbero attribuibili non tanto alle prospettive di mercato post-pandemia quanto invece, prevalentemente, “ai provvisori provvedimenti di restrizione di attività che hanno spinto le imprese a cercare adattamenti alla situazione di emergenza nella direzione di linee di prodotto non necessariamente migliori”. Di conseguenza, secondo De Nardis, finita l’emergenza e lo scenario di guerra, non si verificheranno significativi mutamenti della struttura produttiva.
A nostro parere, invece, Covid – 19 ha condotto innanzitutto a una spinta verso l’innovazione e la digitalizzazione: i poco più di 8 milioni di lavoratori (privati e pubblici) in smart working in pochi mesi (dagli iniziali 600 mila) rappresentano l’esempio più eclatante. La spinta verso l’innovazione e la digitalizzazione è confermata dalle varie Indagini qualitative svolte da Istat, Confindustria, Confcooperative, Ministero dello Sviluppo Economico durante la bufera pandemica. In particolar modo, un’ Indagine svolta dall’Istat nel mese di maggio del 2020 contribuisce ad arricchire il panorama informativo sulle strategie anti Covid. Fra le varie strategie realizzate dalle imprese emerge che il 5,3% del totale delle imprese intervistate avrebbe risposto di avere prodotto nuovi prodotti/ servizi o di avere introdotto nuovi processi produttivi connessi con l’emergenza sanitaria, pur restando nell’ambito della propria attività economica. Più elevata (8,8%) risulterebbe invece la quota di imprese che si sarebbe indirizzata verso nuovi prodotti/servizi/processi produttivi, pur non modificando la propria linea produttiva, indipendentemente dalla crisi da coronavirus.
In sintesi, una parte rilevante del nostro sistema produttivo avrebbe reagito spontaneamente alla crisi da coronavirus e convertito, almeno parzialmente, le proprie linee di attività produttiva ai nuovi bisogni creati dalla stessa crisi.
Un parziale contributo a tale riconversione è attribuibile agli incentivi previsti nel Decreto “Cura Italia” (per un ammontare di risorse pari a 50 milioni di euro) proprio per spingere le imprese a realizzare strategie di riconversione produttiva.
Inoltre, sulla base di un’Indagine svolta da Anpal, Unioncamere nel luglio del 2020, l’attuale situazione di crisi avrebbe spinto molte nostre imprese ad accelerare i processi di digitalizzazione e a puntare maggiormente su quegli ambiti che si sono rilevati strategici nella gestione dell’emergenza. Cresce, in particolare, l’interesse delle imprese all’adozione di soluzioni digitali per una organizzazione innovativa del lavoro e delle relazioni con clienti e fornitori; all’implementazione di reti digitali integrate favorite anche da una maggiore diffusione del cloud, alla diffusione di internet ad alta velocità e all’introduzione di tecnologie IoT. Inoltre, in prospettiva, le imprese hanno segnalato di avere l’intenzione di investire molto di più nell’utilizzo dei Big Data, del Digital marketing e più avanzata personalizzazione di prodotti/servizi.
Rimangono due interrogativi di fondo: l’individuazione di nuovi settori/nicchie di mercato dove investire deve essere lasciata alle “forze spontanee del mercato” oppure deve essere lo Stato, nell’assunzione che sia in possesso di un set informativo migliore rispetto alle imprese e abbia una visione strategica, a dirigere questa riconversione produttiva? In secondo luogo, il passaggio verso un Modello economico a più elevato contenuto di innovazione è assicurato dal mercato oppure è grazie all’intervento dello Stato che si può realizzare un upgrading tecnologico del sistema produttivo?