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Quale visione per la ripresa

Dobbiamo decidere se puntare sui bassi costi o sull'economia della conoscenza

Riccardo Illy 02/10/2020

Quale visione per la ripresa Quale visione per la ripresa  
L’economia italiana, già afflitta da tre pesi insostenibili (calo demografico, debito pubblico e burocrazia) è stata colpita più duramente di altri paesi dalla pandemia. Dalla quale si è peraltro, sul piano sanitario, difesa meglio. Che a fronte di un flagello che ha colpito tutti, in maniera maggiore o minore, siano stati istituiti aiuti per tutti è un fatto scontato, anche se mal digerito da nemici dei “sussidi a pioggia”. Con le risorse del Next Generation Ue (e in parte anche quelle del Mes alle quali sperabilmente accederemo) l’obiettivo è invece di far ripartire l’economia italiana per riportarla al tasso di crescita degli altri partner. È su questo tema che il presidente di Confindustria Bonomi ha esortato il premier Conte ad avere “visione”. Richiesta condivisibile che comporta anzitutto consapevolezza della nostra attuale situazione e delle sue cause; del fatto di essere il penultimo paese al mondo per tasso di natalità e del fardello della burocrazia, di cui i ministri non parlano, se non per dire che la burocrazia è stata affrontata con il decreto semplificazioni; che è come vuotare il mare con un cucchiaio…
 
Va dunque definita una mission e una strategia per l’Italia, ciò che renderà più semplice scrivere un piano di investimenti e azioni coerenti atti a raggiungere l’obiettivo di una crescita accelerata. Per definire la mission bisogna stabilire cosa vogliamo che l’Italia rappresenti nel panorama competitivo mondiale: come ha scritto recentemente Francesco Giavazzi, si tratta di scegliere se vogliamo essere il paese specializzato in beni a basso valore aggiunto grazie a costi, compreso quello della mano d’opera, più bassi, o specializzato in produzioni ad alto tasso di conoscenze (tecnologiche o estetiche) e quindi ad alto valore aggiunto. In Italia molti costi, come quelli di energia e logistica, sono superiori a quelli medi europei; l’opzione “bassi costi” ci è preclusa perfino nei confronti dei paesi europei, figuriamoci di quelli in via di sviluppo. Non resta quindi che la scelta della “differenziazione”, tecnologica e estetica. Che richiede però risorse umane qualificate mentre in Italia abbiamo quasi la metà dei laureati rispetto alla media europea. Se questa è la visione auspicata da Bonomi allora il piano di rilancio del Governo dovrebbe vedere al primo posto scuola, università e ricerca. Capitoli sui quali negli ultimi decenni sono stati fatti più tagli che investimenti. Oltre che infrastrutture, ma già progettate; perché se si devono ancora progettare il loro completamento uscirebbe di certo dal piano, con i tempi fissati dalla Ue. Rimane comunque un grande dubbio; Governo e Parlamento si impegneranno su progetti, come quelli sull’educazione, dei cui benefici di lungo termine non potranno beneficiare in occasione delle prossime elezioni?
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