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Per vincere la sfida del Recovery fund ...

...serve un ufficio di programmazione da 21esimo secolo

Francesco Grillo 28/09/2020

Per vincere la sfida del Recovery fund ... Per vincere la sfida del Recovery fund ... Ci sono due pericolose sciocchezze che circolano in Italia a proposito della “montagna di soldi” che starebbe arrivando “dall’Europa”. La prima è quella di considerare queste risorse come una manna che scende dal cielo per volontà del solito stellone che ci assiste: esse vanno, invece, restituite come rimborso di prestiti o come, invece, maggiori contributi di un bilancio comunitario che è destinato a crescere per finanziare maggiori sussidi a “fondo perduto”. Il secondo errore è dimenticarsi che le istituzioni comunitarie pongono tempi stretti per utilizzare queste risorse: entro il 2023 per assumere tutti gli impegni; ed entro il 2026 per completare tutte le spese (ed arrivare, per capirci, al collaudo e alla fruizione di qualsiasi opera pubblica che volessimo realizzare). L’elenco dei cinquecento ottantasei (586) progetti presentati dai ministeri e raccolti dal Mef – in uno stadio dello sviluppo del Piano per l’Italia che il Ministro Amendola ha, poi, definito “superato” - è, comunque, utile a capire dietro quale dettaglio si nasconde il solito “diavolo” che può farci perdere anche l’ultima occasione. Ed è un dettaglio che nulla ha a che fare con le ideologie pelose, le scelte tra austerità e solidarietà, i dibattiti interminabili sui valori. Il punto, infatti, è, semplicemente, che l’Italia non ha più le strutture tecniche capaci di fare programmazione. Non bastano ministeri dominati da una logica puramente amministrativa. E non risolvono il problema task force di manager e professori che – graziosamente – dedicano una parte del loro tempo (in maniera gratuita, peraltro, il che rende ancora meno credibile lo sforzo).
 
Come suggerisce uno studio del think tank Vision che è riuscito a mettere insieme accademici/parlamentari militanti in partiti assai diversi (da Lega a Leu, a dimostrare che la questione non è ideologica), il metodo va rovesciato. Il Governo deve – con chiarezza – dire che Italia ha in mente, da qui al 2025 (in periodi troppo lunghi saremo tutti morti per poter essere valutati) corredando questa visione di 3-4 numeri che tutti possano capire (e controllare): ad esempio Pil, occupazione giovanile, riduzione di CO2, numero di laureati. Di ciascun progetto va assicurata la spendibilità in non più di 3 anni (il Ponte sullo Stretto sarebbe out, se non vogliamo perdere tempo) e va misurato il contributo che può dare al raggiungimento di quella visione. La digitalizzazione (rischia di diventare una parola vuota agitata da micro lobby) va, sempre, finalizzata alla risoluzione di problemi concreti. Possibilmente per ogni euro di spesa pubblica deve esserci un piano di rientro e un euro di investimento privato. I dirigenti della PA che si intestano i pezzi di una partita più importante devono poter accettare che il loro stipendio e conferma siano legati al risultato. L’intera operazione va guidata da un team di alto livello che si sciolga al compimento della missione (2026), intrecci interni ed esterni alla PA e i diversi talenti necessari. Sono organizzative le condizioni per il successo. Nessuno ha, ancora, avuto la lucidità di ammetterlo. Dovremmo rassegnarci a dover metter insieme un vero e proprio “brain trust”: è una pre-condizione per riuscire a vincere sull’ultima spiaggia.
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