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La Bce tra Fed e Recovery Fund

Come reagire alla nuova strategia della banca centrale americana

Sergio De Nardis 08/09/2020

La Bce tra Fed e Recovery Fund La Bce tra Fed e Recovery Fund Le Banche centrali stanno rivedendo le loro strategie. Le modifiche del contesto economico, esacerbate dalla pandemia, e la perdita di efficacia delle misure (convenzionali e non) per perseguire i propri mandati spingono le autorità monetarie alla revisione: il declino del tasso naturale d’ interesse coerente con stabilità dei prezzi e pieno impiego e il disancoraggio delle aspettative di inflazione rispetto agli obiettivi aumentano la frequenza con cui i tassi di interesse di policy, manovrati dalle Banche centrali, vengono abbassati fino al limite oltre il quale non possono scendere. Ne deriva un’impotenza delle politiche monetarie a combattere le recessioni e risollevare l’inflazione. La Fed ha annunciato a fine agosto il nuovo framework. Gli obiettivi in cui si sostanzia il suo duplice mandato (stabilità dei prezzi e occupazione) si modificano nel senso che il target del 2% per l’inflazione non è più un tetto invalicabile, ma è inteso come valore medio da raggiungere negli anni (per cui se l’inflazione è sotto il 2% nel periodo di recessione, dovrà rimanere sopra nella ripresa) e, al contempo, si prenderà a riferimento una valutazione generale di carenza di occupazione anziché le sue deviazioni rispetto a incerte stime del pieno impiego. L’annuncio mira a modificare le aspettative degli operatori e, per questa via, a concorrere all’efficacia della nuova politica monetaria.
 
Entro fine anno toccherà alla Bce che sperimenta condizioni di impotenza ben maggiori della Fed: il calo del tasso naturale di interesse è nell’eurozona più drastico e, per giunta, eterogeneo tra paesi, l'abbassamento delle attese di inflazione più ampio, il mancato conseguimento del suo mono-mandato (inflazione) più eclatante. La Bce dovrà tener conto delle decisioni Fed anche per le indesiderate ripercussioni sul cambio. D’altro canto, la Bce deve fronteggiare situazioni diverse dei paesi che ne vincolano le scelte: un’inflazione nell’area euro che, in analogia con gli Usa, restasse sopra al 2% per il periodo necessario a compensare il precedente undershooting potrebbe anche implicare un’inflazione in Germania al 3%. E’ vero che l'approccio tedesco sta mutando, ma non fino a tal punto. Vi è, dunque, un rischio di squilibrio nell’entità dei cambiamenti tra le politiche monetarie americana ed europea che si aggiungerebbe a quello già insito nelle differenze di mandato. Esso potrebbe, però, essere compensato se si creasse uno squilibrio di segno opposto nelle politiche fiscali di rilancio che dovrebbero, in effetti, sostituirsi alle misure monetarie quando queste perdono efficacia. Il Recovery fund serve anche a sgravare la Bce dei compiti che si è dovuta assumere nel passato. Occorrerebbe, quindi, che la sua realizzazione fosse tanto più ampia e orientata all'espansione fiscale, quanto maggiori fossero i vincoli posti alle possibilità di innovazione di Francoforte.
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