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Emergenza Covid e regole europee

Entro il 2023 il Patto di stabilità sarà ripristinato e (speriamo) riformato

Sergio De Nardis 03/07/2020

Emergenza Covid e regole europee Emergenza Covid e regole europee In qualche momento tra il 2020 e il 2023 - cioè nell’arco di tempo dei programmi di bilancio che i paesi europei sono tenuti a presentare alla Commissione entro il 15 ottobre - avrà termine la clausola che ha sospeso, per la crisi Covid, l’applicazione delle regole del Patto di stabilità. A meno di altri shock, il ritorno alla normalità delle regole è dunque certo, ma non si sa quando. Alla luce delle recenti raccomandazioni della Commissione, la sospensione del Patto sembrerebbe ancora valere per il 2021. Il ripristino si verificherebbe quindi a partire dal 2022, ma esso già influirebbe nel definire gli obiettivi per il prossimo anno. Con la fine della clausola, i paesi dovranno tornare sotto la soglia del 3% per il deficit/Pil (sulla base delle attuali stime, che non includono eventuali altre misure in disavanzo a sostegno dell’economia, l’Italia è nel 2020 in prossimità dell’11%) e riprendere il cammino verso l’obiettivo di medio termine (l’Italia dovrebbe quindi portarsi da un disavanzo strutturale, secondo la Commissione, del 6,3% di quest’anno a un avanzo dello 0,5%). Le distanze dagli obiettivi si sono molto ampliate e il percorso di avvicinamento appare di conseguenza ancor più gravoso. Le regole potrebbero, però, cambiare, finalizzando in tal senso l’ampia discussione promossa dalla Commissione prima del Covid. Regole nuove e meno complesse potrebbero introdurre, dato il gap eccezionale accumulato con la crisi rispetto ai target fiscali, una maggiore gradualità nell’aggiustamento (difficilmente un minor rigore).
 
L’Italia e gli altri paesi europei si trovano quindi a dover programmare in un quadro di incertezza normativa, oltre che economica. L’incertezza è anche alimentata dal fatto che l’eventuale accesso agli aiuti finanziari promossi dall'Europa per sostenere la ripresa (Sure, Mes, e componente prestiti del Recovery fund) avrebbe l’effetto di accrescere ulteriormente deficit e debito: quest’ultimo, in prossimità del 160% del Pil nel 2020, aumenterebbe, per l’accensione dell’insieme dei prestiti europei (assumendo la cifra di 90 miliardi inizialmente circolata per il prestito italiano proveniente dal Recovery fund), di circa 8 punti di Pil nei prossimi anni. Le regole, vecchie o nuove, del Patto dovrebbero tener conto, per coerenza di disegno, che un tale maggior debito sarebbe dovuto all’adesione agli strumenti finanziari sponsorizzati dall’Europa per rilanciare la crescita. Un chiarimento della Commissione in tal senso sarebbe necessario. La fluidità indotta dall’incertezza normativa potrebbe essere anche considerata un fatto positivo se si ritenesse che in un simile contesto il potere di autodeterminazione (e negoziazione) aumenti. In tale visione, l’Italia a settembre avrebbe ancora una certa libertà per disegnare un suo percorso di stabilizzazione e graduale riduzione del rapporto debito/Pil. Esso dovrebbe puntare a portare, col sostegno del Recovery fund, il tasso di crescita sopra quello di interesse, così dosando, grazie anche alla ripresa del ciclo economico, il progressivo ripristino di un adeguato avanzo primario. Sarebbe un percorso forse fattibile se il governo disponesse di un capitale di credibilità da spendere nei confronti di mercati e istituzioni europee. Una condizione strutturalmente debole, ma che appare sempre più a rischio nell’attuale congiuntura politica.
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