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I nodi dell'occupazione sulla ripresa

Puntare sul clima per rilanciare consumi sostenibili

Pia Saraceno 24/06/2020

I nodi dell'occupazione sulla ripresa I nodi dell'occupazione sulla ripresa L’Istat, nel suo rapporto trimestrale, illustra le trasformazioni del mercato del lavoro e fornisce un primo spaccato, più articolato rispetto a quello emerso dalle sole indagini sulle forze di lavoro, di come il fermo delle attività produttive di marzo abbia colpito l’occupazione. Limitata nel primo trimestre è stata la riduzione delle posizioni lavorative, assai più consistente la riduzione delle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno: 1,7 milioni di lavoratori equivalenti in meno rispetto al trimestre precedente, la media trimestrale contiene il solo marzo di fermo. La flessione delle unità di lavoro è comunque superiore a quella del Pil collocata dall’Istat al -5,1%. Le dinamiche del solo mese di marzo fanno presagire uno smottamento assai più consistente per i mesi successivi di chi era stato inizialmente salvaguardato. Il saldo divenuto negativo tra attivazioni e cessazioni delle posizioni lavorative in tutti i settori mostra a partire dalla fine di febbraio un numero crescente di cessazioni per le figure per cui è risultato più facile troncare il contratto di lavoro, cioè i lavoratori a tempo determinato e gli indipendenti, soprattutto nel terziario, prevalentemente giovani e donne. Minore l’impatto per i lavoratori dell’industria, più protetti dal sistema di welfare.
 
Dopo il fermo obbligato, l’economia da maggio riparte con lentezza. Il rimbalzo non ci riporterà sul livello di attività pre-covid, neanche negli scenari più ottimistici nell’anno prossimo e nemmeno probabilmente nel successivo. Il mercato del lavoro continuerà a subire le conseguenze negative ancora più a lungo. Gli interventi della politica economica si sono concentrati sinora nel fornire, ancorché con lentezza, una rete di protezione la più estesa possibile delle conseguenze del verificarsi di un evento rischioso ritenuto possibile ma sottovalutato da tutti i paesi ed il cui costo per non averlo saputo affrontare è sicuramente maggiore del costo che si sarebbe dovuto affrontare se ci si fosse preparati per tempo.  D’ora in poi le politiche pubbliche non potranno esimersi dal continuare a sostenere ancora i redditi dei più fragili, le risorse che i Governi prenderanno a debito, potranno essere ripagati però solo dalla capacità di produrre in condizioni di minore incertezze delle generazioni future. Le politiche pubbliche hanno a disposizione imponenti mezzi se sapranno farne buon uso per orientare verso le scelte di strumenti, settori e tecnologie capaci di far fronte ai rischi che intravediamo nel futuro più o meno prossimo. Tornare ad un sistema economico con gli squilibri del passato ci riporterebbe su sentieri insostenibili. La volontà di evitarlo è esplicitato verbalmente dai diversi schieramenti. Le pressioni di chi si è sentito danneggiato dalle scelte dell’emergenza e la mancanza di una chiara individuazione delle conseguenze di tutti i rischi (e di come si potrebbero affrontare) sono però la premessa di un prossimo deragliamento.  In un contesto di deflazione prevedibile, e di aumento della propensione al risparmio a scopo precauzionale, non è dalla riduzione dei prezzi per il calo Iva che verrà l'incentivo a consumare di più.  Tra i rischi più rilevanti che dovrebbero guidare le scelte di fondo, volte a colmare il vuoto di domanda, sicuramente quello climatico ha un posto di primo piano sia per la sua capacità di creare nuove opportunità di lavoro che per il suo potenziale moltiplicativo. Il costo dell’inazione anche in questo caso sarebbe insopportabile ed avremmo perso l’occasione di usare al meglio risorse che un anno fa ritenevamo di non poter avere.
 
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