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Occupazione femminile a rischio

…quel che non ha fatto il virus può fare la ripartenza

Giuseppe Roma 05/06/2020

Occupazione femminile a rischio  Occupazione femminile a rischio Finora Covid-19 ha mostrato una maggiore letalità verso gli uomini in età da lavoro (2,5% per le persone fra 20 e 60 anni) che verso le donne (0,6%) Il rischio è ora che con l’apertura e il graduale ritorno alla piena attività, le parti si rovescino colpendo di più l’occupazione femminile. Diverse sono le ragioni. Le circa 10 milioni di lavoratrici si distribuiscono soprattutto nei settori che l’Ilo definisce più a rischio: commercio e turismo (21,4%), servizi amministrativi all’impresa (13,4%) e alla persona (12,5%), industria manifatturiera (12,2%). In totale si arriva a 6 occupate su 10. Forte è, anche, la qualificata presenza femminile in comparti decisivi per il futuro come istruzione e sanità, dove se non ci saranno ripensamenti, potrebbero aprirsi nuove opportunità dopo la stagione dei tagli. Il lavoro delle donne è più precario di quello maschile visto che per il 32,9% è a tempo parziale (8,8% per gli uomini) anche con part time involontario e per il 17,3% è a tempo determinato specie nel commercio e nei servizi. Infine, gravano su un terzo delle lavoratrici oneri e responsabilità nella cura dei figli più piccoli (meno di 15 anni). La conciliazione diventa difficile, nell’incerto supporto della scuola e in assenza di un piano che renda lo smart working una forma di inclusione delle donne nel mercato del lavoro.
 
Donne qualificate rappresentano un’energia vitale per il paese ma il loro minore potere effettivo rischia di far subire loro un ennesimo arretramento di ruolo e condizione. Sarebbe molto grave in un paese come l’Italia dove è evidente la strutturale ridotta quota delle donne nell’occupazione. Fra i grandi paesi europei, come è noto, il nostro mercato del lavoro include la quota più bassa di donne occupate, pari al 42,5% del totale, a fronte di una media europea del 46%, e valori ancora più elevati di Francia (48,3%) e Germania (46,7%). Se si volesse dimezzare il divario con l’Europa bisognerebbe accrescere di 250.000 annue le nuove occupate nel prossimo triennio. Ma purtroppo siamo qui a paventare un’ulteriore diminuzione. Per elaborare strategie innovative a seguito della pandemia, la questione femminile dovrebbe costituire il motore più importante per il cambiamento. Chi cerca di dare una visione d’insieme alle politiche nazionali per la ripartenza e chi rimprovera le istituzioni di non averne, ha una concreta battaglia da condurre.
 
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