Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

I 50 anni dello Statuto dei Lavoratori

Il passaggio dalla societÓ industriale al mondo postindustriale

Domenico De Masi 20/05/2020

Una foto dell'epoca Una foto dell'epoca La prima idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori fu lanciata da Giuseppe Di Vittorio nel 1952 e ripresa 11 anni dopo, nel 1963, da Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio nel governo guidato da Aldo Moro. Passarono altri 4 anni e la scena mutò in modo ancora più favorevole alla realizzazione del progetto. Il Ministero del Lavoro era ormai nelle mani del socialista Giacomo Brodolini, l'unificazione sindacale sembrava vicina, le lotte studentesche si andavano saldando con quelle operaie e la grande spinta movimentista creava l'atmosfera giusta per il riconoscimento legislativo dei diritti dei lavoratori. Se Brodolini e poi Donat-Cattin furono i padri politici dello Statuto, Gino Giugni, fine giuslavorista nutrito di cultura sociologica, ne fu il padre giuridico. Obiettivo sottinteso dello Statuto era garantire ai lavoratori in azienda gli stessi diritti di cui godevano come cittadini nella società; obiettivi dichiarati erano il superamento del taylorismo con la sua parcellizzazione, e la fine dello stile di gestione vallettiano, in nome di un modo nuovo - ricomposto e valorizzato - di fare l'automobile, recuperando la qualità del lavoro e della vita.
 
Nel 1970 in tutta Italia vi erano appena 3.088 elaboratori installati (oggi quasi tutti gli italiani hanno un computer in tasca e un altro in casa); le auto immatricolate erano 1,2 milioni (oggi sono 39 milioni); gli abbonamenti alla televisione erano 9,7 milioni (oggi superano i 22 milioni), 37 milioni di italiani sono abbonati a internet. In quell'Italia lo Statuto dei Lavoratori segnò un episodio importante del riscatto dei lavoratori garantiti e fece emergere la necessità di riscattare i non garantiti e, quindi, non sindacalizzati; segnò il passaggio dalle lotte di fabbrica alle lotte urbane per la casa, i trasporti, la sanità, la sostenibilità; segnò il passaggio dalla società industriale che per due secoli aveva trionfato con il suo macchinismo e la sua produzione di massa, a una società che, delegato ai robot il lavoro fisico, sarà sempre più centrata sulla creatività, l'estetica, l'etica, la ricomposizione tra lavoro e vita, la destrutturazione del tempo e dello spazio; segnò il passaggio dalla lotta dei lavoratori mirata esclusivamente all'equa distribuzione del plusvalore, alla lotta dei cittadini per la progettazione del futuro. Resterà stridente la distanza tra coloro che preferiranno progettare il futuro senza curarsi troppo delle sue vittime e coloro che preferiranno difendere le vittime senza preoccuparsi troppo del futuro.
Altre sull'argomento
Ritorno al caos quotidiano
Ritorno al caos quotidiano
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Che cosa insegna questo Primo Maggio
Che cosa insegna questo Primo Maggio
Le modificazioni del lavoro ai tempi di Covid 19
Nell'emergenza l'imprenditoria diffusa resta ai margini
Nell'emergenza l'imprenditoria diffusa resta ai margini
Le pmi hanno sempre pagato il prezzo maggiore delle crisi
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.