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L'accordo Macron-Merkel: rinasce l'asse del bene?

L'intesa per 500 miliardi di trasferimenti non proporzionali tra i Paesi per l'European Recovery Fund

Andrea Boitani 19/05/2020

L'accordo Macron-Merkel: rinasce l'asse del bene? L'accordo Macron-Merkel: rinasce l'asse del bene? La notizia del giorno è l’accordo franco-tedesco sullo European Recovery Fund (ERF). Merkel e Macron hanno trovato un’intesa su un fondo da 500 miliardi, per finanziare tempestivamente programmi di spesa straordinari (cioè temporanei) nei paesi maggiormente colpiti dalla pandemia (non cioè nella stessa proporzione in tutti i paesi dell’Unione). Si tratta della metà dei mille miliardi di cui si era vagheggiato, ma è detto chiaramente: 1) che le risorse saranno trovate emettendo debito comune; 2) che le spese saranno inserite in programmi coordinati e diretti dalla Commissione europea, di cui l’accordo definisce le linee generali; quindi, 3) che l’European Recovery Fund dovrà tradursi in trasferimenti e non in prestiti: l’impatto del piano dovrebbe, dunque, essere più robusto; 4) al centro c’è l’avvio di una politica sanitaria europea per la prevenzione delle malattie e la reazione alle emergenze, nonché per programmi comuni di procurement di vaccini e trattamenti.
 
In un contesto di scelte interessanti, stona l’accenno al fatto che il debito emesso avrà una scadenza (sia pure lunga) e, perciò, dovrà essere ripagato. Questo significa che l’ammontare delle garanzie appostate nel bilancio europeo dovrà essere maggiore di quelle previste per l’emissione di consols, o debito perpetuo di pari ammontare. Che consentirebbe, a tassi bassi, una distribuzione del carico del debito su più generazioni e una maggiore dimensione dell’ERF a parità di spesa annua per interessi. Un’opzione che Commissione e Consiglio dovrebbero considerare attentamente. Emerge anche, dal documento franco-tedesco, una forte sottolineatura della necessità di uniformare i sistemi di prelievo fiscale all’interno dell’Ue (che non piacerà ai paradisi fiscali interni all’Unione). Ma ancora più forte è la richiesta di mettere in piedi una politica industriale europea, che – pur riaffermando la centralità del mercato interno – punti a riformare la normativa sulla concorrenza e sugli aiuti di stato in modo da rendere più agevole la costituzione di campioni europei. E qui ne sentiremo delle belle.
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