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Col virus siamo tutti keynesiani

Aiuti pubblici colossali nel mondo per fronteggiare la recessione da epidemia

Fabrizio Galimberti 18/03/2020

Col virus siamo tutti keynesiani Col virus siamo tutti keynesiani Era il 1980, e in un dibattito Robert Lucas jr. (che poi, nel 1995, vinse il Nobel dell’economia) disse: “Non si può trovare nessun bravo economista di meno di 40 anni che si identifichi come ‘keynesiano’. Nei seminari di ricerca, le teorie keynesiane non vengono più prese sul serio; il pubblico comincia a mormorare e si vedono sorrisetti di sufficienza...”. Sarà, ma quando le cose si mettono male, diventiamo tutti keynesiani. Nella crisi della Grande recessione, tutti i governi decisero di spendere e spandere, e fu questa la ragione per la quale la recessione non si trasformò in depressione.
 
La stessa cosa sta succedendo oggi. I pacchetti di aiuti che si stanno approntando in giro per il mondo sono massicci e open-ended. E hanno ragione di esserlo. Nel caso della Grande recessione, la crisi ebbe origine nella finanza, ma tracimò nell’economia reale quando la gente ebbe paura (le banche non sono più solide...) e tirò in barca i remi della spesa. Ma qui la crisi non è solo di domanda, è anche di offerta, e la paura è peggiore, perché, oltre ai soldi, mette in gioco la vita. Questa crisi non suona la fine della globalizzazione. Fermare la globalizzazione è come opporsi alla forza di gravità. Ma suona la fine delle politiche di un’austerità fine a se stessa. C’è solo da rimpiangere che ci sia voluta una crisi epocale, col suo corollario di morti e tragedie, per convincere i benpensanti che il bilancio pubblico è al servizio dell’economia e non viceversa.
 
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