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Brexit e il sogno del free trade di Boris Johnson

Gli scambi commerciali del Regno Unito sono soprattutto con i Paesi Ue

Andrea Boitani 07/02/2020

Boris Johnson Boris Johnson Secondo stime ufficiali del Parlamento britannico (2018), le perdite economiche dovute a Brexit per il Regno Unito saranno maggiori quanto più dura sarà la rottura con l'Unione Europea (figurarsi con il no-deal). Si prevedeva che una hard Brexit avrebbe prodotto una minor crescita del Pil pro-capite, cumulata in un quindicennio, tra il 3,6% e l'8,9%. A guidare la maggior parte della minor crescita non sarebbero tanto i maggiori dazi, quanto l'altezza delle barriere non tariffarie, ovvero tutti quegli ostacoli al libero commercio derivanti dalle differenti regolamentazioni (comprese quelle sulle qualità dei prodotti e dei servizi). Non è l'adesione alle regole Ue a danneggiare il Regno Unito, ma proprio il contrario: sarà il ripudio di quelle regole a fare male.
 
In effetti, il commercio internazionale che conta, per il Regno Unito, è quello con i paesi Ue, verso i quali si dirige il 45% delle esportazioni britanniche e da cui provengono il 53% delle importazioni. Il sogno di un più forte legame commerciale con gli Usa dovrà fare i conti coi numeri: le esportazioni del Regno verso gli Usa sono il 19% del totale e le importazioni dall'ex colonia sono appena l'11% del totale. Boris Johnson va dicendo che il suo Paese diverrà il paradiso del free trade. Ma non esiste niente di simile al libero mercato nel commercio mondiale, dove ogni eliminazione di barriere, tariffarie e non, deve essere duramente negoziata. In questi negoziati, Johnson si troverà in una posizione più debole di quella in cui si trova la Ue e i paesi che ne fanno parte. Inoltre, la Ue si aggiunge ai partner con cui dover contrattare. E non sarà tenera, specie se Johnson vorrà avere libero commercio e libera finanza senza libertà di movimento dei lavoratori.
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