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Revisione Patto Stabilita', consultazione a rischio flop

La Commissione Ue dovrebbe almeno indicare la direzione che si vuole intraprendere

Stefano Micossi 07/02/2020

Ursula von der Leyen Ursula von der Leyen La Commissione Europea ha lanciato l'attesa consultazione sulle regole del Patto di stabilità e crescita, sottolineando nella sua Comunicazione sul tema i buoni risultati ottenuti nell'affrontare gli squilibri finanziari emersi con la duplice crisi del 2008-09 e 2010-12 (soprattutto per i paesi sotto programma correttivo), ma anche la difficoltà di applicare le nuove regole di sorveglianza e coordinamento delle politiche economiche nazionali approvate tra il 2011 e il 2013. Al riguardo, la Commissione - facendo anche tesoro dell'eccellente Rapporto sul tema pubblicato l'anno scorso dall'European Fiscal Board - riconosce gli scarsi risultati ottenuti (a) nel riportare su un sentiero di discesa il debito pubblico dei paesi più indebitati; (b) nel promuovere politiche economiche nazionali meno pro-cicliche e più favorevoli alla crescita nei singoli paesi; (c) nel rafforzare il coordinamento delle politiche nazionali al livello dell'eurozona, in particolare per il rifiuto dei paesi creditori di adottare politiche di riduzione degli avanzi esterni. Nel quadro generale, va ricordato che l'Italia svetta come caso più problematico sul fronte sia del debito pubblico sia della capacità di avviare riforme strutturali per rimettere in moto la crescita; il tema non è sollevato esplicitamente nel documento di consultazione, ma peserà inevitabilmente sui suoi esiti.
 
Sul piano delle regole, la Commissione riconosce che la crescente complessità le ha rese opache e ne ha indebolito la condivisione. La moltiplicazione delle regole è stata sospinta da due esigenze discutibili. La prima è stata il tentativo di nascondere le scelte politiche negli algoritmi, come è avvenuto con la famosa Comunicazione del 2015 sulla flessibilità, che di fatto è servita ad accomodare richieste italiane di rinviare il rispetto delle regole comuni. La seconda è stata l'insaziabile tentazione di includere nelle procedure di coordinamento ambiti sempre più vasti delle politiche economiche nazionali, senza peraltro un vero consenso nei paesi a questo allargamento di competenze. Servirà la consultazione a sistemare le molte cose che non funzionano? Per ora è lecito dubitarne. Troppo vaste le domande, troppo vasta la platea dei consultati. Prevale la tendenza a chiedere al popolo cose sulle quali il popolo non ha, e non può avere, risposte. Servirebbe un'idea sulla direzione che si vuole intraprendere, anche sulla base delle molte eccellenti proposte formulate da accademici, esperti e think tank. Ma di questo per ora non vi è traccia.
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