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Art. 18 e futuro del lavoro

Il ripristino delle vecchie tutele non serve ad affrontare i nuovi problemi posti dall'innovazione

Sergio De Nardis 10/01/2020

Operai in catena di montaggio Operai in catena di montaggio Si torna a parlare di articolo 18 e di riforma del Jobs act. A me pare che sarebbe ben poca cosa se la voglia della politica di tornare a occuparsi della tutela del lavoro si sostanziasse in queste battaglie. Non perché la riforma attuata dal governo Renzi abbia centrato chissà quali obiettivi, ma in quanto le esigenze di tutela riguardano altri aspetti della difficoltà del vivere di tanti lavoratori oggi in Italia. Gli obiettivi a cui tendeva il Jobs act erano quelli di contrastare il nanismo delle imprese (si supponeva che il regime pre-riforma scoraggiasse a superare la soglia dei 15 dipendenti, oltre la quale scattava la cosiddetta tutela reale), di rendere più fluido il mercato del lavoro e, per questa via, favorire la produttività (minori costi di licenziamento come spinta a riallocare i lavoratori dalle imprese in contrazione a quelle in espansione), e di ridurre la segmentazione del mercato del lavoro (vedendo nel grado eccessivo di tutela del lavoro dipendente la causa dell'ampliamento oltre misura dell'area del precariato).
 
A quasi 5 anni dalla riforma non si può certo dire che questi obiettivi siano stati raggiunti. Il vecchio articolo 18 non era il maggiore motivo del nanismo aziendale, che infatti continua a caratterizzarci. L'auspicato flusso di lavoratori espulsi dalle imprese in declino verso quelle in crescita, e non verso la disoccupazione, ha trovato un insormontabile ostacolo nella stagnazione della domanda aggregata dell'economia italiana che frena l'espansione adeguata di nuove occasioni di lavoro. L'indirizzamento dei lavori atipici verso il contratto standard a tempo indeterminato, sia pure a tutele crescenti, è stato contraddetto dalle scelte dello stesso policy maker che ha reso oltremodo attraente il tempo determinato (decreto Poletti). Quest'ultimo aspetto è stato corretto dalla stretta operata col decreto dignità e gli effetti (aumento della quota di assunzioni permanenti) si sono cominciati a vedere. Se confermati, sono da salvaguardare.
 
Per il resto, è dubbio che la tutela del lavoro si identifichi oggi con l'articolo 18. Per certi versi questo è il passaggio più facile, ma anche il più inutile e costoso: non vi è stata impennata dei licenziamenti, tutt'altro. L'innovazione tecnologica sta favorendo, non solo in Italia, un degrado di vecchi e nuovi lavori verso livelli di sfruttamento ottocenteschi. E non si tratta di lavoro dipendente di cui si occupa l'articolo 18. Come si fa a proteggere efficacemente i nuovi sfruttati senza ridurne le opportunità di impiego e cosa può fare la politica affinché la tecnologia, oltre a spiazzare occupati e a far fiorire lavoretti, conduca anche alla creazione in misura adeguata di nuovi e migliori posti di lavoro? Sono queste le difficili domande a cui dovrebbe cercare di rispondere chi ha davvero a cuore le sorti future del lavoro.
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