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Mediobanca Del Vecchio e l'italianitÓ di Generali

Unicredit cede il suo 8,7% nella merchant bank milanese, Del Vecchio sale al 10%, ma pensa al futuro del Leone di Trieste

Riccardo Sabbatini 07/11/2019

Mediobanca Del Vecchio e l'italianitÓ di Generali Mediobanca Del Vecchio e l'italianitÓ di Generali Unicredit cede la sua storica partecipazione in Mediobanca (8,7%) aprendo i giochi per la merchant bank milanese e, a cascata, per Generali che è la sua principale partecipata (col 13%). Mediobanca rimarrà una public company o diventerà la preda di un pesce più grande? Non è chiaro ma senz’altro, nell’immediato, si avvantaggia Leonardo De Vecchio divenuto il primo socio di Piazzetta Cuccia. Già acquisita nelle scorse settimane una partecipazione del 7,5%, ha ora rilevato da Unicredt poco meno del 2,5%, collocandosi appena sotto il 10% oltre cui scatta l’obbligo di autorizzazione BCE. La sua strategia non è chiara. Nel polemizzare con l’Ad di Mediobanca  Nagel, ha dichiarato nelle scorse settimane che Mediobanca dovrebbe crescere maggiormente nell’originario ramo core di investment banking. A leggere l’ultimo bilancio consolidato, le voci che concorrono di più all’utile netto sono invece il consumer banking/Compass (336,4 milioni) e le partecipazioni/Generali (314,2 milioni). Ma un simile “ritorno alle origini” non sembra agevole. Sicché, al momento, prevalgono le congetture come quella secondo cui Del Vecchio si proporrebbe di consolidare l’italianità della merchant bank milanese e, a seguire, anche di Generali.
 
A Nagel, il fondatore di Luxottica imputerebbe una gestione troppo immobilista del Leone triestino, interessata solo al mantenimento dello statu quo. Qualche fondamento c’è: tra i motivi che spiegano la distanza di dimensioni tra Generali ed i suoi principali competitor (Axa e Allianz) c’è soprattutto il fatto che negli anni quei due colossi hanno fatto frequentemente ricorso ad aumenti di capitale per rafforzarsi. Al Leone triestino quella via è stata preclusa dall’indisponibilità di Mediobanca ad aderire ad aumenti di capitale o a diluirsi. Negli ultimi 20 anni la compagnia ha continuato a crescere, soprattutto sotto la guida di Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot (a dispetto delle feroci critiche che quella gestione ha ricevuto proprio da Del Vecchio): è tornata nei paesi dell’Est, è entrata in Cina, ha creato Banca Generali che macina utili. Però gli è mancata la spinta propulsiva di maxi acquisizioni per tenere il passo degli altri big. Quando le operazioni venivano portate in Cda, c’è sempre stato il “no” di Mediobanca ad aumenti di capitale consistenti. E l’espansione a Est ha richiesto una complicata struttura di opzioni per sopperire alla mancanza di capitali. Ora Del Vecchio annuncia un cambio di direzione e motiva – questa è almeno l’interpretazione corrente – la sua voglia di Mediobanca con l’impegno ad una “ricapitalizzazione preventiva” di Generali che le dia le munizioni per crescere. Se è vero, sarebbe positivo. Tuttavia è singolare che un imprenditore, per ricapitalizzare una società come Generali (di cui Del Vecchio ha il 5%), investa in un’altra (Mediobanca). E, a proposito di italianità, qualche dubbio potrebbe venire anche dalla stessa creatura di Del Vecchio, la Luxottica: la cui fusione con la francese Essilor (leader nelle lenti) ha portato al trasferimento a Parigi del quartier generale privando il nostro paese dell’ultima multinazionale manifatturiera. E che non è neppure più quotata in Italia.
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