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Ruota attorno al debito la riforma del Patto di stabilita'

Concentrarsi sulla riduzione dell'indebitamento in un tempo definito

Stefano Micossi 18/09/2019

Ruota attorno al debito la riforma del Patto di stabilita' Ruota attorno al debito la riforma del Patto di stabilita' L’italiana Irene Tinagli è stata nominata presidente del Comitato per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo, dove sostituisce Roberto Gualtieri, chiamato a Roma come ministro dell'Economia nel Governo Conte. Si tratta di un’ottima scelta, la persona ha grandi qualità e competenze; il consenso ottenuto dice che gode di larga stima tra i colleghi parlamentari. Anche lei, però, nella sua prima intervista non ha resistito e ha annunciato che si occuperà della riforma del Patto di Stabilità e Crescita. C’era cascato anche Gentiloni, che pure è uomo prudentissimo; ma nella sua recente intervista alla Stampa ha già diluito il brodo fino a renderlo insapore e incolore. Perché vi sono pochi dubbi: i partner europei non vedono affatto la necessità di una riforma di quelle regole, e semmai una riforma vi fosse, essi la vedono come un modo per irrigidire le regole attuali, che non hanno impedito che l’Italia continuasse ad accrescere il suo già smisurato debito pubblico.
 
Un eccellente Rapporto sul tema dell’European Fiscal Board, pubblicato pochi giorni fa, analizza in profondità quel che ha funzionato e quel che non ha funzionato nel sistema: emerge che la flessibilità è stata usata più che altro in modo pro-ciclico e che i fondi sono stati male utilizzati; che il negoziato tra la Commissione e i singoli stati si è piuttosto concentrato sui disavanzi annuali, perdendo di vista la dinamica del debito; e che la regola di convergenza del debito verso il 60% del Pil è stata di fatto messa da parte per il moltiplicarsi di clausole riferite al Mto (medium term objective sul disavanzo ‘strutturale’, cioè al netto del ciclo). L’European Fiscal Board ha formulato le sue proposte di riforma (per una sintesi efficace si può leggere il commento di Massimo Bordignon sulla Voce). La proposta è di gettare il complesso apparato sviluppato dalla Commissione dopo il 2015 e di semplificare il sistema attorno ad un unico obiettivo – la riduzione del debito verso il 60% del Pil in un arco temporale definito – e un unico strumento: il contenimento della spesa pubblica primaria (escludendo cioè gli interessi), al netto di eventuali aumenti discrezionali di entrate. Su questa ricetta vi è ampio consenso tra gli economisti.
 
Un calcolo approssimato conferma quel che già sapevamo: che la riduzione del debito verso quell’obiettivo richiede un avanzo primario intorno al 4% del Pil per molti anni. Non proprio una passeggiata: uno studio di qualche anno fa di Eichengreen e Panizza dice che esempi storici di una tale prestazione non ve ne sono. Altri si baloccano con un’idea più semplice, che consiste nel liberare le mani ai paesi indebitati, ma privandoli delle reti di sicurezza europee. Sarebbe una scelta ad alto rischio per un paese come il nostro, che fatica a tenere i conti in ordine senza vincoli esterni. Anche se è vero che a loro volta i vincoli ci hanno stretto in una camicia di forza nella quale abbiamo sempre sacrificato le buone spese a mantenuto quelle cattive.
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