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Come rivedere il Patto di stabilitÓ

Tra deficit nominale, prodotto potenziale, spese per investimenti, riduzione del debito e capacitÓ di bilancio dell'Unione

Pier Carlo Padoan 12/09/2019

Come rivedere il Patto di stabilitÓ Come rivedere il Patto di stabilitÓ Uno dei primi compiti della nuova Commissione Europea potrebbe/dovrebbe essere l’avvio di un processo di riforma del Patto di stabilità e crescita. Sarebbe una decisione importante e benvenuta. Ma bisogna subito sgombrare il campo dagli equivoci. Se si arrivasse a una decisione in tal senso questa dovrebbe riflettere la volontà di tutti i paesi dell’Unione e non certo solo dei paesi che ritengono il Patto semplicemente troppo rigido e troppo rigoroso. Le regole europee funzionano se sono condivise, e si possono cambiare se c’è condivisione sulla necessità e la direzione del cambiamento. Intanto sarebbe inopportuno, anzi sbagliato, identificare la necessita della riforma con quella di maggiore flessibilità anche perché il Patto già include norme relative alle condizioni per la concessione di flessibilità. Concessione che richiede (credibili) impegni verso misure di riforma strutturale, maggiori investimenti, e nel caso di calamità naturali o di circostanze eccezionali, come le pressioni migratorie. Il difetto principale del Patto, cosi com’è oggi, è la sua scarsa trasparenza che a volte conduce a decisioni altrettanto non trasparenti. Difetto a cui, in passato si e cercato di rimediare rendendo, paradossalmente, il meccanismo più complesso.
 
All’inizio il Patto si basava su due parametri principali: il deficit di bilancio nominale e il debito, ambedue rispetto al Pil. Il deficit nominale ha il difetto di non tener conto delle fluttuazioni cicliche e per questo è stato introdotto il saldo strutturale. Che però pone il problema della sua misurazione, visto che non è una grandezza osservabile, ma richiede la stima del prodotto potenziale. I metodi di misurazione sono anch’essi arbitrari e questo introduce un elemento di contenzioso tra Commissione e Stati membri sull’intensità dell’aggiustamento richiesto. Un problema “tecnico” si è tramutato in un problema “politico”. E' difficile immaginare un ritorno puro e semplice al deficit nominale. Da molte parti si avanza la proposta di rimpiazzare la regola del deficit con una “regola della spesa” pubblica che dovrebbe crescere in base a un sentiero predeterminato, mentre le imposte dovrebbero variare con l’andamento del pil nominale. Una variante di questa regola potrebbe prevedere una distinzione tra spese correnti e spese in conto capitale. Con meno vincoli per queste ultime in base alla logica (condivisibile) di un impulso alla crescita del capitale, materiale, immateriale e umano, in una prospettiva “verde” e di economia “circolare”. Non sarebbe comunque facile individuare senza ambiguità quali voci includere nelle diverse categorie di spesa.
 
Ma il vero punto cruciale riguarda il debito. Qui la regola dovrebbe essere molto semplice. Il debito (rispetto al pil) deve scendere. Si può discutere della velocità alla quale questo possa o debba avvenire. Emerge un trade off tra una discesa troppo lenta, che comporta il rischio che la discesa si interrompa, e una discesa troppo rapida, che potrebbe generare dinamiche instabili o compressioni eccessive della crescita. Il tema della riforma del Patto di stabilità è comunque sul tavolo. Sarebbe auspicabile che fosse affrontato in una prospettiva più ampia, sul ruolo della governance economica dell’Europa, compreso il percorso verso la creazione di una fiscal capacity comune. In questo quadro occorrere definire meglio complementarietà e sinergie tra politiche di bilancio nazionali e ruolo di un (rafforzato) bilancio dell’Unione. Ma tutto ciò, naturalmente richiede un forte consenso politico. Sarà compito della nuova Commissione costruirlo.
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