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Il Sud all'ultima spiaggia

ů.spauracchio di recessione per tutti

Giuseppe Roma 02/08/2019

Il Sud all'ultima spiaggia Il Sud all'ultima spiaggia Onore al merito della Svimez (Sviluppo Mezzogiorno) che a schiena dritta, dopo settant’anni, continua a battagliare a favore del Sud,e per uno sviluppo unitario ed equilibrato del paese. Nelle anticipazioni del suo Rapporto 2019 il messaggio è chiaro: l’economia meridionale a fine anno segnerà una dinamica recessiva con un pil a -0.3%, e non è detto che il Centro-Nord, in stagnazione, riesca a compensare portando a un seppur striminzito valore positivo. Ora, al di là di dinamiche tanto risicate, è sbalorditivo che questa deriva di scollamento fra le varie regioni del paese non desti alcun interesse né nella politica e nelle istituzioni, né nell’opinione pubblica e nei media. E ritirare fuori dal cilindro l’esperienza già fallita da anni della Banca per il Sud, costituisce una conferma. Le difficoltà meridionali sono contagiose e anche regioni in passato vitali e produttive (come Umbria e Marche) segnano il passo. Con lo spettro di un paese largamente in difficoltà puntare esclusivamente sul triangolo virtuoso lombardo-emiliano-veneto  potrebbe non bastare. Il Sud presenta completamente rovesciate molte delle problematiche su cui ci si azzuffa a livello nazionale, prima fra tutte quella migratoria. Nell’ultimo triennio, per ogni immigrato (regolare) che si è stabilito nelle regioni del Sud due meridionali (registrati) sono emigrati all’estero. Inoltre, negli ultimi 15 anni, il saldo migratorio interno è stato di 900mila persone dirette dal Meridione al Centro Nord. L’indebolimento del fattore umano produce inevitabilmente scoraggiamento, depressione, ricerca di aiuto. 
 
In gran parte del territorio, condizioni sociali, trend occupazionali, funzionamento dei servizi pubblici, sanità, scuola, infrastrutture, sono fattori carenti, che incidono negativamente sullo sviluppo del Sud. Per quanto sia corretto denunciare la riduzione degli investimenti pubblici, il disinteresse politico e delle istituzioni, la gestione di questi servizi è per larga parte nelle mani degli enti regionali e locali del Sud, che operano certo in contesti più difficili e poveri, ma che non sempre offrono di sé una immagine commendevole. Se la denuncia non buca, se l’assistenza non abitua a rimuovere gli elementi che bloccano la crescita, se il baricentro del potere è spostato da tempo al Nord, cosa si può fare per evitare uno scollamento che avrebbe ripercussioni economiche devastanti per l’intero paese? Forse è necessario ricostruire un’unità d’intenti innanzitutto fra i meridionali, che devono maggiormente dialogare fra loro, a partire dalle regioni, mentre ancora rincorrono in ordine sparso l’improbabile aiuto del governo centrale, per alimentare, con le poche risorse disponibili, il tessuto degli interessi localistici.
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