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Pil stagnante e occupazione in crescita

Come spiegare l'andamento divergente dei dati ISTAT

Sergio De Nardis 31/07/2019

 Pil stagnante e occupazione in crescita Pil stagnante e occupazione in crescita La stima flash del PIL nel II trimestre (0% rispetto sia al I che al  corrispondente trimestre del 2018) non ha destato sorprese. C’era il  rischio di un segno meno a causa della debolezza della manifattura, ma  il più favorevole andamento dei servizi ne ha compensato il calo. Con un  lieve miglioramento dell’attività economica nella seconda metà  dell’anno, quando dovrebbe sentirsi quel po’ di stimolo del reddito di  cittadinanza, il PIL chiuderebbe il 2019 con un incremento dello 0,1- 0,2%, vicino cioè alla previsione del Def di aprile. Al di là del  decimale in più o in meno, sempre di stagnazione si tratta. In linea con  tale tendenza, l’inflazione italiana torna a decelerare in luglio,  rimanendo molto flebile (0,5%) al netto delle componenti più volatili.  Dato questo quadro, colpisce la netta sconnessione tra attività  produttiva e mercato del lavoro. Nel secondo trimestre, quando il PIL è  tornato a stagnare, l’occupazione ha accelerato (0,5%), venendo trainata  dai dipendenti a tempo indeterminato (0,8%), mentre la disoccupazione è  scesa sotto il 10%.
 
 
Una simile sconnessione, come già notato su Inpiù, è difficile da  spiegare e pone dei dubbi sulla coerenza dei dati. Il buon andamento del  mercato del lavoro, in condizioni di stasi produttiva, ha peraltro  implicazioni non solo positive. Esso è certamente una buona notizia per  le casse pubbliche, concorrendo a far conseguire quel deficit/PIL  dell’1,9-2% recentemente stimato dal governo, a dispetto del debole PIL  nominale. E’, d’altra parte, una cattiva notizia per la produttività del  lavoro che risulterebbe in consistente flessione, non è chiaro se per  deterioramento tecnologico (così tanto?) o per eccessivi sussidi  all’impiego del fattore lavoro (sgravi alle assunzioni a tempo  indeterminato) oppure ancora per problemi di misurazione dei dati (e qui  è il dubbio maggiore). In ultimo un' osservazione: la quota di  disoccupati (9,7% in giugno) è scesa in Italia sotto la disoccupazione  strutturale stimata dalla Commissione europea (oltre il 10%), eppure non  si avverte un refolo di inflazione. Cosa è ancora necessario per  spingere ad abbandonare le stime europee di output gap che orientano in  modo determinante le prescrizioni di policy della Commissione?
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