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Le ambizioni verdi della Von der Leyen

Il programma ambientale della nuova presidente della Commissione Ue

Pia Saraceno 24/07/2019

Ursula Von der Leyen Ursula Von der Leyen Al primo posto del programma del nuovo presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen vi è l'obiettivo di fare dell’Europa il primo continente "carbon neutral". Ciò non è bastato ai Verdi per darle il loro voto, che vorrebbero a parole di più soprattutto in termini di tempistiche per la sostituzione delle fonti fossili. Anche se non è un obiettivo nuovo, resta però molto ambizioso, visti gli ostacoli sinora incontrati nella realizzazione degli obiettivi al 2020, che la Germania non raggiungerà. Per rendere più credibile la determinazione nel raggiungerlo, la sua declinazione è stata accompagnata da tre specificazioni.
 
1. Riproposizione dell'obiettivo di riduzione delle emissioni di carbonio del 55% entro il 2030, bocciata da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca ed Estonia il giugno scorso, che potrebbe ora essere accettata perché corredata dalla proposta della costituzione di un "Just transition Fund" che in buona sostanza potrebbe far pagare ai paesi  meno virtuosi, perché ancora molto dipendenti dalle fonti fossili, la solidarietà degli altri paesi nella gestione della transizione.
 
2. Promessa di "record amount" d'investimenti in ogni angolo d'Europa, utilizzando tutti i margini di flessibilità possibili nel prossimo bilancio europeo, focalizzandosi nelle aree con maggiori potenzialità: anche la Banca Europea degli Investimenti dovrebbe diventare una "Banca Europea per il Clima". La presidente si avventura ad indicare in un trilione di euro gli investimenti pubblici e privati previsti per la transizione energetica nel prossimo decennio (10.000 miliardi all’anno! vedi https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/political-guidelines-next-commission), ammontare indubbiamente record se si considera che il flusso annuale d’investimenti fissi lordi in tutta Europa è stato nel 2018 a prezzi correnti poco più di 13miliardi! Significativo comunque, anche se si corregge per il probabile un errore di qualche zero.
 
3. Utilizzo della "Carbon Border Tax" per salvaguardare la competitività europea. L'ipotesi è di introdurre compensazioni alla frontiera europea, commisurate al contenuto di carbonio dei prodotti provenienti da paesi che non applicano provvedimenti, con effetto simile a quello dell'Emission trading system in vigore in Europa. Un dazio che sembra compatibile con l'ordinamento del Wto, ma non sarà un processo semplice, soprattutto in questa fase di disordine e scarsa cooperazione internazionale.
 
L'Italia, più virtuosa di altri paesi sia come mix energetico che come fabbisogno di energia per unità di prodotto, ha già presentato il suo Piano energetico per il 2030 (Pniec), abbastanza in linea con le (non) nuove indicazioni per il 2030, ma come quasi tutti i Piani presentati anche da altri paesi nell'ambito degli impegni presi a Parigi, è ancora molto generale. Per tradursi in fatti ha bisogno di un forte commitment del Governo e di tutte le forze politiche, con la messa a punto di un piano di politica industriale con azioni coordinate su orizzonti temporali di lungo periodo.
 
Se si naviga a vista, come un po' si è fatto in questi anni, realizzando gli obiettivi al 2020 grazie alla bassa crescita, con ondivaghe decisioni che hanno aumentato il rischio regolatorio e quindi la remunerazione richiesta dagli investitori, il consumatore italiano si troverà a pagare un costo più elevato per la transizione. Ci troveremo probabilmente anche chiamati a pagare la solidarietà per la transizione di Paesi meno virtuosi di noi senza i benefici delle flessibilità di bilancio e la spinta alla crescita, che potrebbe venire da un ciclo di investimenti volto alla trasformazione non solo del settore energetico.
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