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L'Abi ha cent'anni, lunga vita all'Abi

La sua storia dimostra l'importanza dei corpi intermedi di rappresentanza

Marcello Messori 11/07/2019

Antonio Patuelli, presidente Abi Antonio Patuelli, presidente Abi I cento anni di vita dell’Associazione bancaria italiana (Abi), celebrati domani all'assemblea milanese, coprono gran parte delle fasi cruciali che, attraverso l’intervallarsi di progressi e crisi e di continuità e rotture, hanno portato agli attuali assetti del settore bancario italiano. L’Abi già operava (pur se sotto le regole fasciste) allorché, in seguito alla catena di scandali bancari e di fallimenti industriali e finanziari, l’Italia abbandonò il modello di “banca mista” recidendo per più di mezzo secolo i legami proprietari fra grandi banche e imprese industriali. L’esito di tale rottura fu la costruzione di un sistema bancario con un pervasivo controllo pubblico che sopravvisse alla seconda guerra mondiale e prosperò durante gli anni del “miracolo economico”. L’Abi era già in età adulta quando, introducendo una duplice eccezione negli assetti ereditati dagli Anni Trenta del secolo scurso, venne consentito a Mediobanca di fungere da tramite fra le imprese industriali (e le banche) a partecipazione statale e le maggiori attività private mediante il ripristino di intrecci proprietari e finanziari fra banche e grande industria; e vennero coinvolti piccoli e medi imprenditori, esclusi da quel grande gioco, nell’amministrazione delle banche popolari locali.
 
L’Abi aveva già raggiunto la maturità quando, anche grazie al recepimento (ritardato) delle norme europee, le banche italiane si trasformarono in imprese e avviarono quello straordinario processo di aggregazione e riassetto proprietario che, nell’arco di poco più di un decennio, avrebbe: (I) superato la crisi sistemica del settore bancario meridionale, cancellandone gli ambiti di autonomia; (II) ridotto a una frazione trascurabile la pervasiva presenza proprietaria pubblica del precedente sessantennio; (III) imposto, per poco meno di un ventennio, le fondazioni di origine bancaria ai vertici di una fitta ragnatela di intrecci proprietari interni al settore bancario italiano; (IV) prodotto due gruppi bancari italiani di dimensione europea e permesso alle popolari di trasformarsi in banche nazionali, anche se con la testa di argilla; (V) vanificato impropri tentativi di ostacolare le prime integrazioni transnazionali. L’Abi era ormai nonagenaria quando, anche a causa delle inefficienze nella struttura proprietaria e nella governance  ereditate dai processi descritti, il settore bancario è stato investito dalle crisi recenti che ha faticosamente superato solo nell’ultimo biennio.
 
L’Abi è stata dunque partecipe di una storia complessa che, in certe fasi, è sembrata aprire nuove e insperate prospettive all’economia italiana e, in altre, ha aggravato le difficoltà del paese. In vari anni, l’Abi ha interpretato il suo ruolo associativo in modi molto innovativi perché ha dimostrato che la rappresentanza di un settore economico è compatibile con funzioni di mediazione fra autorità di regolamentazione e rappresentati; essa ha, così, offerto uno dei più efficaci esempi di autoregolamentazione. In ogni caso, nel secondo dopoguerra, l’Abi ha sempre provato che la democrazia economica e il funzionamento dei mercati finanziari (e non finanziari) richiedono la presenza di corpi intermedi che sappiano combinare la difesa di interessi specifici e la salvaguardia di regole generali. Pertanto, lunga vita all’Abi e a quegli altri corpi intermedi che, in Italia e in Europa, sanno rappresentare con intelligenza ed equilibrio gli interessi di un mondo articolato e comunque essenziale per la crescita e per il benessere economico come quello bancario e finanziario.
TAG: bancheabi
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