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Come risolvere il caso Carige

Proporre alla Commissione Ue incentivi fiscali alle aggregazioni bancarie

Marcello Messori 14/05/2019

La sede della banca Carige La sede della banca Carige La scelta di non partecipare alla ricapitalizzazione di "mercato" di Carige, assunta da Blackrock e dai fondi di private equity a esso collegati, riporta in primo piano i problemi del settore bancario italiano. Fra il 2014 e la metà del 2017 tale settore ha superato rischi di crisi sistemica, ha realizzato rilevanti progressi nella riduzione delle proprie esposizioni problematiche e ha adottato politiche creditizie persino troppo prudenti; eppure le fragilità strutturali, ereditate dalle passate inefficienze negli assetti proprietari e organizzativi e sfociate in mercati frammentati e in canali distributivi ridondanti, hanno acuito la vulnerabilità delle nostre banche rispetto alla stagnazione economica e ai bassi margini di interesse.
 
Il risultato è stato che la redditività media delle banche italiane è rimasta inferiore alla già bassa profittabilità bancaria europea e i prestiti bancari non hanno sostenuto la nostra economia "reale". In questo quadro di luci e ombre sarebbe dannoso proporre, nei confronti di Carige, le stesse strategie tentate per salvare piccole e grandi banche del Centro Italia o le banche venete durante il picco della crisi. Una ricapitalizzazione precauzionale di Carige contrasterebbe con le regole europee. Un ulteriore ricorso al Fondo interbancario di tutela dei depositi, che - nella sua componente volontaria - ha già acquistato un’emissione obbligazionaria di Carige pari a 320 milioni di euro ma ha receduto dalla conversione di tali obbligazioni in azioni dopo la rinuncia di Blackrock, appesantirebbe i bilanci delle banche "sane" per ricapitalizzare una banca che non trova nuovi o vecchi sottoscrittori sul mercato.
 
Sostegni ad hoc alla liquidazione amministrativa coatta, oltre a presupporre la rilevanza di Carige nel mercato locale, aprirebbero la strada a costosi e distorsivi interventi pubblici condannati a ripetersi per altri focolai di crisi bancarie. Perché allora non sottoporre alla Commissione europea uno schema trasparente, e meno oneroso per le casse pubbliche, di incentivi fiscali a favore di aggregazioni fra banche nazionali ed europee? Se ben disegnato, lo schema potrebbe: essere compatibile con le regole europee; aggiungersi ai vantaggi già presenti nell’acquisizione di Carige, rendendo appetibile un’operazione di mercato; facilitare, senza ulteriori interventi ad hoc, le concentrazioni necessarie per superare molte fragilità del settore bancario italiano.
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