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La guerra dei dazi di Trump e l'economia italiana

Gli investitori tirano i remi in barca e questo rischia di colpire soprattutto Germania e Italia

Giampaolo Galli 14/05/2019

Una nave portacontainer Una nave portacontainer Fino ad oggi la guerra tariffaria avviata da Trump ha colpito direttamente solo una piccola parte del commercio mondiale. Le cose stanno cambiando in peggio, perché dal 10 maggio su 200 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina si applica una tariffa del 25%, anziché del 10%. E Trump ha annunciato che nei prossimi giorni porterebbe al 25% le tariffe su altri 325 miliardi di merci importate, il che coprirebbe la quasi totalità delle importazioni dalla Cina (540 miliardi di dollari). Si deve usare il condizionale perché le parti stanno negoziando e Trump è capace di cambiare rotta alla velocità di un tweet. Alla luce di ciò che è successo fino ad oggi, gli effetti di una ulteriore escalation della guerra tariffaria possono essere davvero gravi. E il pericolo è particolarmente acuto per paesi, come Germania e Italia, il cui Pil dipende in ampia misura dalle esportazioni manifatturiere. Secondo il World Trade Monitor, il commercio mondiale è crollato negli ultimi mesi. Ancora a ottobre viaggiava al ritmo che da qualche anno siamo abituati a considerare normale, fra il 5 e il 6% rispetto all’anno precedente. Ma già a dicembre si era materializzata una caduta (del 1,5% rispetto al dicembre dell’anno prima). La caduta si è ripetuta febbraio (-1,1%) dopo una piccola ripresa a gennaio.
 
La spiegazione di una caduta tanto brusca a fronte di fatti fino a ieri ancora relativamente modesti sta negli investimenti e nelle catene globali del valore. Le imprese non sanno come cambieranno nei prossimi mesi e anni i costi di produzione, inclusivi di dazi, nei diversi Paesi: non sanno quindi dove conviene investire. La domanda di investimenti è infatti crollata più o meno come il commercio mondiale perché le imprese aspettano di capire come si assesteranno le convenienze relative fra le nazioni. E anche qui la questione colpisce soprattutto Germania e Italia che sono grandi produttori di beni strumentali. Le cose non possono che peggiorare e di molto se, come sembra, Trump metterà in atto la minaccia di innalzare dazi protettivi contro le auto tedesche e i prodotti agricoli europei. A quel punto, avremo solo una modestissima consolazione intellettuale: sentiremo alte grida contro il protezionismo da parte di coloro che in questi anni, nei salotti, si sono esercitati a lanciare anatemi contro la globalizzazione senza capire che la grande espansione del commercio mondiale è stata la chiave del pur modesto sviluppo dell’economia italiana.
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