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Un Def attendista

Solo a settembre si affronteranno le questioni bollenti

Sergio De Nardis 10/04/2019

Un Def attendista Un Def attendista Il Def è andato come anticipato, senza neanche tanta suspence. Il quadro programmatico è poco più che uno scenario a legislazione vigente. Include essenzialmente solo l’impatto del decreto crescita, mentre la flat tax è trattata con vaghe parole come programma dei prossimi anni e in una lista che contiene altre cose: dal taglio delle agevolazioni fiscali, alla revisione della spesa, al salario minimo, all’Ires e giù fino ai sempreverdi semplificazione amministrativa e giustizia. Sull’Iva 2020 il governo rimane coperto: non si indicano intenzioni e questa è oggettivamente una novità rispetto ai Def precedenti. La sostanza (e la lite intra-governativa) è rinviata a settembre. Cosa dire dei numeri? Per il quadro macro sembra quasi che il Governo non abbia esagerato. Ma a ben vedere, ispirandosi ancora a Oscar Wilde, si è liberato della sua innata tentazione - quella di aggiungere qualche decimale di troppo al Pil - cedendovi. Il decreto crescita sposta rispetto al tendenziale di un decimo in alto l’incremento del Pil nel 2019 (portandolo allo 0,2%), di due decimi nel 2020 (allo 0,8%). Allo stato delle informazioni disponibili, sono cifre al limite. Per quest’anno, sarebbe stato meglio non mettere effetti espansivi da decreto nel secondo semestre. E' vero che la produzione industriale di gennaio-febbraio ha sorpreso in positivo, ma date le incertezze sarebbe stato prudente rimanere sulle ipotesi della previsione tendenziale. Per il 2020, lo 0,8% si colloca bensì in un range di previsioni che va dallo 0,5% dell’Ocse allo 0,9% del Fmi, ma tali stime si basano su ipotesi di finanza pubblica ben più espansive perché non contemplano l’aumento dell’Iva che è invece presente nel quadro del governo.
 
Per la finanza pubblica, il deficit/Pil si porta al 2,4% quest’anno e al 2,1% nel 2020. Vi è quindi superamento degli obiettivi concordati a dicembre con la Commissione (che erano 2 e 1,8% rispettivamente). Per un buon 50% lo sforamento è dovuto al disallineamento ereditato dal 2018, per il resto alla minore crescita in ciascuno dei due anni. Nonostante il peggioramento del saldo nominale, il governo riesce a presentare comunque un previsione di saldo strutturale (quel che conta per l’Europa) migliore rispetto agli obiettivi di dicembre: il bilancio strutturale si deteriora solo di 0,1 nel 2019 (-0,2 a dicembre) e migliora di 0,2 nel 2020 (+0,1 nella previsione di dicembre) e così anche nel 2021. Come mai? Miracoli dell’output gap: tutto il deterioramento del saldo nominale è, nelle stime governative, da imputare al ciclo più negativo. C’è da chiedersi se la Commissione concorderà sulla base delle sue stime. Sarà da vedere: in passato le discrepanze con le stime governative circa la correzione del ciclo sono state sistematiche e significative. Intanto si può ricordare che l’aggiustamento strutturale programmato dal governo rimane comunque inferiore a quello richiesto dalla Commissione sulla base delle regole europee (0,6 punti all’anno). Infine, il debito/Pil, al contrario di quanto previsto a dicembre, sale nel 2019, per poi prendere a ripiegare l’anno prossimo. In una previsione che comunque sconta la (irrealistica) piena realizzazione di privatizzazioni pari all’1% del Pil quest’anno (e allo 0,3 nel 2020).
 
Questo quadro deve essere a giorni validato, per la parte macro, dall’Upb. Verrà poi valutato entro giugno dalla Commissione (quella attuale essendo ancora operativa)  che verificherà la rispondenza agli obiettivi di finanza pubblica definiti nell’accordo di dicembre e farà le sue raccomandazioni. Poi si aprirà la vera partita di settembre sulle questioni bollenti. Per legge, gli obiettivi programmatici di bilancio fissati nel Def e approvati dal Parlamento sono vincolanti per le decisioni future. Ma, come si è visto in passato, a settembre è sempre un’altra storia.  
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