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L'imbuto del Fondo Nazionale Innovazione

L'iniziativa pubblica annunciata a Torino dal vicepremier Di Maio

Michele Costabile 08/03/2019

Di Maio presenta il Fondo per l'Innovazione Di Maio presenta il Fondo per l'Innovazione +++ Riceviamo e pubblichiamo +++
 
L'idea di fondo è senza dubbio lodevole. "Rimane" ora il problema di convertire l'idea in un vero e proprio progetto "azionabile"; e poi di convertire il progetto esecutivo in realizzazioni molteplici, nessuna delle quali semplice. E' in questo "imbuto" che si annidano, almeno nel 90% dei casi, le ragioni dell'insuccesso di una policy pubblica, ovvero le cause di policy che conducono a risultati notevolmente inferiori alle attese. Insuccesso e underperformance da scongiurare, in una fase storica che per la prima volta nella storia vede gli investimenti in venture capital nel nostro Paese raddoppiare e crescere a un tasso che - sempre per la prima volta - riduce il gap dell'Italia con tutte le altre economie comparabili. I rischi che si intravedono nel concept del Fondo Nazionale per l'Innovazione presentato a Torino sono diversi, ed è sul risk management che bisogna ora concentrarsi. Vediamoli.
 
a) Il concetto di Stato "imprenditore" e innovatore dimentica l'evidenza dei tanti potenziali danni di uno Stato che non si limita ad abilitare e sostenere in via "indiretta" gli operatori di mercato, controllandone l'operato, ma vi si sostituisce. b) Maggiore il numero di iniziative, più forte è il bisogno di integrazione con risorse complementari che rendano le iniziative davvero efficaci. Ad esempio: l'incentivo ad assumere Chief Innovation Officer nelle imprese funziona se ci sono strategie e modelli organizzativi adeguati a gestire l'open innovation; e se la strategia del Fondo dei Fondi per il Technology Transfer è chiaramente finalizzata ad alimentarla. c) Una regìa è una regìa. Se davvero si vuole sostenere la crescita del venture capital di qualche ordine di grandezza, allora ci si deve "limitare" a investimenti indiretti volti a moltiplicare numero e dimensione degli operatori privati, estendendo così l'effetto di leva finanziaria degli investimenti indiretti pubblici su quelli privati e istituzionali. Un ruolo da regista "puro", peraltro, limita il rischio della naturale distorsione che un attore pubblico sempre produce se agisce fra attori privati: sottrarre ai privati buoni deal o investire su deal che i privati non concludono semplicemente perché non sono buoni (si sprecano così risorse pubbliche).
 
d) La proliferazione di "certificazioni",  "qualificazioni", "registri" (ad esempio quello ipotizzato per i business angels): servono davvero? I censimenti sono utili ma sono "foto spontanee" non "foto in posa" e quindi vanno progettati come tali, altrimenti sono rappresentazioni distorte della realtà. I dati sul bassissimo tasso di fallimento delle start-up innovative registrate al Mise e quelli sull'ancor più basso tasso di successo nella raccolta di capitali dello stesso database generano legittimi dubbi su cosa si stia fotografando. e) Il rischio della damnatio memoriae, che porta ad agire senza aver capito prima che cosa ha funzionato e cosa no, e soprattutto perché. Ad esempio: il Fondo di Fondi "HT Sud" ha funzionato o no? Quante start-up sono nate e hanno avuto successo grazie agli investimenti del Fondo di Fondi? Che cosa potrebbe essere replicato e cosa migliorato? E degli investimenti indiretti del Fondo Italiano di Investimento? La lista dei rischi è ben più lunga. "E' l'innovazione bellezza" si potrebbe pensare. Un gioco che non si ferma mai. I punti d'appoggio proprio per questo sono fondamentali. Non gli "spunti" però. Ed è per questo che c'è ancora tanto da lavorare.
 
Michele Costabile è professore ordinario di Marketing e di Entrepreneurship - LUISS "Guido Carli". Direttore di LUISS X.ITE - Centro di Ricerca su Tecnologie e Comportamenti Economici.
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