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Portare i tassi sul debito sotto i tassi di crescita

Come avviene negli altri Paesi sviluppati

Sergio De Nardis 06/03/2019

Portare i tassi sul debito sotto i tassi di crescita Portare i tassi sul debito sotto i tassi di crescita In quasi tutti i paesi avanzati i tassi di interesse sul debito pubblico sono inferiori ai tassi di crescita delle economie. Ciò, come ha rilevato recentemente Blanchard nella lezione all’associazione degli economisti americani, non solo annulla i costi fiscali dell’emettere debito (non si dovranno aumentare le tasse in futuro per ripagarlo perché il rapporto debito/Pil scenderà naturalmente a parità di saldo primario), ma può ridurne anche i costi in termini di perdita di benessere dovuti allo spiazzamento degli investimenti privati. E’ una configurazione non straordinaria (in Usa è stato quasi sempre così negli ultimi 50 anni) che consente di ricorrere al debito pubblico quando è necessario (per contrastare le recessioni) e nelle situazioni in cui sono richiesti investimenti socialmente utili che i privati non realizzerebbero in misura adeguata (infrastrutture, ambiente, istruzione, ricerca).
 
E, c’è da aggiungere, che la velocità di riduzione del rapporto debito/Pil consentita da tassi di interesse più bassi del tasso di sviluppo dell’economia è tanto maggiore quanto più questo rapporto è superiore al 100%. L’Italia, che pure ha un debito/Pil di oltre il 130%, non si trova in questa favorevole condizione. E', anzi, in una situazione opposta. I motivi sono da ricercare, da un lato, nell’alto premio al rischio richiesto dagli investitori per acquistare i nostri titoli di Stato e, dall’altro, nel modesto tasso di crescita reale e, spesso si dimentica, nella bassissima inflazione.
 
Il governatore Visco nell’evidenziare l’anomalia italiana nel panorama mondiale ha sottolineato che bisogna invertire questo ordine con azioni di politica economica e di politica tout court. Immagino che pensi soprattutto alle riforme strutturali che dovrebbero rafforzare le prospettive di crescita e attenuare il premio al rischio. Pensa cioè alla (ri)costruzione di una prospettiva credibile di medio-lungo periodo, su cui - c’è da osservare - il nostro paese si è pur esercitato in passato, in modo probabilmente inadeguato, senza però arrivare a raccogliere i frutti promessi (maggiore crescita). Eppure, l’Italia si è trovata negli ultimi anni non distante dal conseguire quella condizione favorevole che contraddistingue il resto dei paesi avanzati.
 
Nella ripresa 2014-18, il tasso di crescita annuale del Pil nominale è stato dell’1,8%. Se, superata l’incombente recessione, si ripristinasse quel pur modesto ritmo di crescita nominale, sarebbe a quel punto probabilmente sufficiente riuscire ad allineare il premio al rischio sul nostro debito a quello, ad esempio, attualmente pagato sui titoli spagnoli per ritrovarci, anche noi, con tassi di interesse più bassi di quelli di crescita. Come si fa a promuovere un simile allineamento? Non è certamente semplice, anche perché vi è un ovvio legame tra aspettative di crescita ed entità dei premi al rischio, ma azioni politiche che mirassero a chiarire una prospettiva credibile di evoluzione dei conti pubblici sarebbero di notevole aiuto.
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