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Ue: dall'Italia rischi di contagio

La conseguenza Ŕ lo stallo delle riforme europee

Stefano Micossi 28/02/2019

Giuseppe Conte e Jean-Claude Juncker Giuseppe Conte e Jean-Claude Juncker La Commissione ha fatto sapere che non aprirà un contenzioso con l’Italia sulle sue politiche economiche e di bilancio prima delle elezioni europee, ma intanto il suo Country Report Italy 2019 picchia duro nella descrizione della situazione. La crescita è in forte rallentamento, in parte non secondaria per l’incertezza creata dalle politiche del governo e il conseguente aumento dello spread e dei tassi d’interesse. Il mercato del lavoro continua a mostrare tassi di partecipazione tra i peggiori d‘Europa, l’occupazione cresce esclusivamente per i contratti precari, mentre calano quelli a tempo indeterminato; servono investimenti (che non si vedono) per migliorare la capacità amministrativa, il capitale umano e l’innovazione.
 
Sul fronte delle riforme strutturali per migliorare la produttività e la crescita, buio fitto; il peso delle imposte sul lavoro e l’impresa aumenta per non voler aumentare le imposte indirette. Il debito pubblico elevato rimane un fattore cruciale di vulnerabilità e, in rapporto al Pil, continuerà ad aumentare, mentre il programma di privatizzazioni langue. La sostenibilità del debito a medio termine è messa a rischio dalle riforme in corso delle pensioni, dall’aumento della spesa corrente e dal calo previsto dell’avanzo primario del settore pubblico (l’indebitamento netto senza gli interessi sul debito). Che pensano di tutto questo i nostri partner europei e gli investitori istituzionali?
 
Pensano, più o meno, che i nostri popular-sovranisti continueranno a tirare la corda, nella ricerca di popolarità, con politiche economiche redistributive e sussidi che deprimono la crescita, salvo fermarsi di corsa se lo spread diventa troppo alto. Pensano che dopo le elezioni ci sarà una resa dei conti, con forti turbolenze finanziarie e un probabile cambio di governo. Per questo cercano di premunirsi per evitare possibili ripercussioni di contagio verso il resto dell’Europa. Così, gli avanzamenti istituzionali nell’Unione fiscale o bancaria diventano meno probabili e riprende la pressione nelle sedi ufficiali di concertazione (Ecofin, Eurogruppo) per obbligarci a ridurre i titoli pubblici nella pancia delle banche. Mentre gli investitori restano, per guadagnare sui tassi elevati del nostro debito pubblico, ma sono fermi sulla soglia, pronti a partire al primo stormir di fronde.
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