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Il Def dell'Italia che getta la spugna

Il governo sembra non credere che il Paese possa migliorare

Giampaolo Galli 11/10/2018

Il Def dell'Italia che getta la spugna Il Def dell'Italia che getta la spugna Che la Nota di aggiornamento al Def preveda una manovra quantomeno imprudente per un paese con il debito pubblico al 131% è stato detto da tutti i commentatori e dalla Commissione Ue. Il rischio è che la crescita sperata non si realizzi e quindi il debito non scenda o addirittura salga. Ma il punto chiave su cui ci si deve interrogare è questo: se l’Italia non cerca di mettere in sicurezza i conti adesso, in una fase di relativa crescita, quando mai lo farà? E se rinuncia oggi a fare riforme per la crescita, anzi attua dei passi indietro rispetto alle riforme fatte, quando mai lo farà? Insomma, l’impressione che diamo è quella di un paese che ha gettato la spugna. Siamo in pieno declino demografico, non ci preoccupiamo più del futuro, rinunciamo a cambiare per affrontare i nostri problemi. Scegliamo quindi di realizzare i nostri sogni, nella logica del ‘tutto e subito’, rinunciando a fare i conti con la realtà: di qui il reddito cosiddetto di cittadinanza, un condono fiscale molto generoso, un simulacro di flat tax che non ci possiamo permettere, una controriforma delle pensioni che peserà come un macigno sul futuro. 
 
Frammenti di realtà emergono a volte nelle parole del premier Conte e del ministro Tria, quando dicono, ad esempio, che il contratto di governo verrà attuato gradualmente. Ma essi vengono immediatamente smentiti dai loro "azionisti" Di Maio e Salvini secondo i quali nella manovra c’è dentro tutto e subito. Frammenti di realtà emergono anche quando Tria dice che nella manovra ci sono investimenti che si aggiungono ai moltissimi già previsti nelle leggi di bilancio degli ultimi due anni e che questi investimenti sono il motore che può far ripartire la crescita. Ma è evidente che ai suoi azionisti gli investimenti interessano poco ed anzi al M5S fanno anche paura. Se non fosse così, non si capirebbe perché non abbiano ancora concluso l’iter iniziato dal governo Gentiloni per approvare il Dpcm per allocare i 36 miliardi con cui la legge di bilancio 2018 ha rifinanziato il Fondo Investimenti presso il Mef. Toninelli dice che bisogna valutare bene costi e benefici. Giusto, ma il ritardo ormai non ha più scusanti ed è lecito sospettare che, in realtà, questi governanti - e forse gli italiani che li hanno votati - non investono perché hanno rinunciato a credere che l'Italia possa avere un futuro migliore. In queste condizioni, è difficile che gli investitori internazionali tornino a investire in Italia: perché dovrebbero avere fiducia nel nostro Paese quando gli italiani per primi sembrano averne assai poca?
 
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