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Perplessita' sui Cir, per far comprare agli italiani i titoli di Stato

I Conti individuali di risparmio dovrebbero entrare nel decreto fiscale

Andrea Battista 08/10/2018

Perplessita' sui Cir, per far comprare agli italiani i titoli di Stato Perplessita' sui Cir, per far comprare agli italiani i titoli di Stato Il varo dei Conti individuali di risparmio (CIR) - nel decreto fiscale collegato alla legge di bilancio - lascia più di una perplessità. I CIR dovrebbero favorire l’investimento in titoli di Stato da parte dei risparmiatori italiani, in particolare parebbe a sostegno dell’investimento in infrastrutture. Servono i dettagli per esprimersi compiutamente, ma alcune osservazioni - o meglio perplessità - possono essere avanzate sin d’ora. I sostenitori dello strumento fanno meccanico riferimento al successo dei PIR. Il paragone però non regge. In primis perché i PIR hanno l’obiettivo di canalizzare il risparmio verso le imprese italiane, in particolare pmi, laddove le risorse non vanno naturalmente da sole. L’investimento in titoli di Stato è invece la destinazione principe del risparmio degli italiani da tempo immemore. Piuttosto, dal punto di vista dell’asset allocation individuale, il problema è ciò che i tecnici chiamano “home bias”, ossia la tendenza del risparmiatore a investire troppo in casa propria, invece di diversificare su scala globale come sarebbe opportuno.
 
Venendo agli aspetti specifici, va rimarcata sia la rigidità dell’investimento (assente nei PIR), che sarebbe previsto di fatto in una sola tipologia di asset, sia la sostanziale duplicazione dell’incentivo fiscale, perché già oggi esiste un vantaggio significativo e pressoché esclusivo per chi investe in titoli di Stato, grazie alla ritenuta al 12,5% invece che del 26%. Infine v’è qualche dubbio sul valore aggiunto del prodotto - il contenitore sembra piuttosto una mera sovrastruttura - tanto è vero che sarebbe addirittura previsto un cap piuttosto basso ai costi annui che sarebbe possibile far pagare ai clienti. Questo quadro rende probabilmente ridotto lo spazio per remunerare lo sforzo delle reti di vendita, rendendo problematico il decollo commerciale dello strumento. E tutto questo marchingegno per cosa?  Anche prendendo per buone le stime di 15 miliardi annui  - ampiamente sopravvalutate a mio avviso - il discutibile obiettivo di “fare come in Giappone” ossia allocare tutto il debito pubblico sul risparmio interno rimarrebbe lontanissimo, sopratutto tenendo conto del presumibile effetto sostituzione - piuttosto che comprare altri titoli di Stato in buona parte i risparmiatori potrebbero spostare in questo nuovo strumento quanto hanno già investito. Forse sarebbe preferibile destinare queste risorse fiscali a migliorare l’appetibilita’ dei PIR, introducendo per questi il credito di imposta sul versamento iniziale, che si vorrebbe invece riservare solamente ai CIR.
 
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