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Cinque interrogativi sull'occupazione

Come garantire occupazione in un mondo che richiede sempre meno lavoro?

Domenico De Masi 10/01/2018

Cinque interrogativi sull'occupazione Cinque interrogativi sull'occupazione L’ aumento dell’occupazione non dipende dal Jobs Act ma dal tipo di incentivi. Nei primi tre mesi del 2015 questi incentivi incoraggiavano le assunzioni a tempo indeterminato e, di conseguenza, aumentò questo tipo di assunzioni. Nel 2017 gli incentivi hanno incoraggiato le assunzioni a tempo determinato e, di conseguenza, il 90% delle nuove assunzioni hanno riguardato contratti precari. Il Jobs Act intendeva assicurare tutele crescenti, mentre crescono i contratti senza tutela. Sarebbe positivo se aumentassero i contratti a tempo indeterminato? Nel qual caso, che cosa occorre fare per concretizzarli? Ma, nella sostanza della nostra economia postindustriale, esistono ancora i contratti davvero a tempo indeterminato? Nel 2001 gli occupati erano il 57,1%. Tra il 2001 e il 2018 è entrata in vigore la legge Biagi, sono stati istituiti e tolti i voucher, è stato ridotto il cuneo fiscale, è stato abolito l’articolo 18, è stata azzerata l’Irap, sono stati dati incentivi per l’assunzione dei giovani. Il solo Jobs Act è costato 16,7 miliardi. L’Italia è diventata il Paese europeo con maggiore flessibilità contrattuale nel settore privato, con crescente flessibilità nel settore pubblico, con un costo del lavoro attestato intorno alla media europea. Dopo tutto questo, oggi gli occupati in Italia sono il 58,4% mentre in Francia sono il 70% e in Germania sono il 79%. Da cosa dipende questo forte divario?
 
Nel 1891 gli italiani erano 40 milioni e lavorarono 70 miliardi di ore; nel 1991 erano 57 milioni e lavorarono 60 miliardi di ore; nel  2017 erano 61 milioni e hanno lavorato 39,7 miliardi di ore. Nel 2030 gli italiani saranno 62 milioni e la nostra economia, grazie al progresso tecnologico, avrà bisogno di 35 miliardi di ore di lavoro. Gli italiani in cerca di lavoro saranno 26 milioni. Come raggiunger la piena occupazione da qui al 2030? Come ripartire i 35 miliardi di ore necessarie all’economia italiana del 2030 dal momento che gli italiani in cerca di lavoro saranno 26 milioni? Secondo i dati Ocse, un lavoratore italiano lavora mediamente 1.725 ore all’anno; un francese ne lavora 1.482 e un tedesco 1.371. C’è da chiedersi se questa differenza incide sul fatto che la Germania ha una disoccupazione al 3,8%, la Francia al 9% e l’Italia all’11% ? La nostra occupazione giovanile (15-24 anni) è una delle più basse d’Europa (17,7%) mentre la  disoccupazione è una delle più alte (32,7%). Poiché i giovani iscritti all’Università non sono considerati disoccupati da ISTAT ed EUROSTAT, può essere che l’alto tasso della nostra disoccupazione giovanile dipenda dal bassissimo tasso (40%) di giovani iscritti all’università?  
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