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Di chi è il merito della crescita

Sviluppo globale, euro, Bce, ma anche governo e imprese

Riccardo Illy 04/12/2017

Di chi è il merito della crescita Di chi è il merito della crescita La vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana. Recita così un vecchio adagio, che si attaglia anche al “caso” crescita del Pil italiano. Che la crescita del Pil ci sia, e che il suo tasso sia pure in aumento è fuori dubbio. Lo ha confermato anche la nota “Conti economici trimestrali” dell’Istat. Ma molti mezzi d’ informazione, come sempre portati all’autoflagellazione, hanno titolato “Istat, Pil in ribasso” (Ansa) anche se il dato tendenziale è passato da +1,5% del secondo trimestre a +1,7% del terzo. Vero è che rispetto alle stime preliminari la crescita del Pil è risultata inferiore di uno 0,1%, ma ciò che conta è la crescita effettiva e soprattutto quella riferita allo stesso periodo dell’anno precedente: e +1,7% è un dato sul quale a inizio anno nessuno avrebbe scommesso.
 
Tutte le forze politiche sono costrette ad ammettere il fatto positivo e ineluttabile. La gara dell’opposizione si sposta quindi sul trovare soggetti diversi da governo e maggioranza ai quali attribuirne il merito. Che quindi è della Bce e del suo Presidente Draghi, della crescita del Pil globale, della debolezza dell’euro (rispetto a tre anni fa). Tutte cose vere, ma è indubbio che il merito della ripresa spetti anche a due soggetti: Il governo e le imprese, soprattutto manifatturiere. Il primo ha contribuito con importanti provvedimenti che hanno stimolato gli investimenti (+5,4% nei macchinari la crescita tendenziale), i consumi (+1,5% quelli delle famiglie) e l’occupazione (Jobs act). Le seconde hanno appunto accelerato gli investimenti (anche se siamo ancora distanti da quelli pre-crisi), e le esportazioni, cresciute tendenzialmente nel terzo trimestre del  5,3%. I meriti della crescita della crescita sono quindi di molti soggetti e chi forse potrebbe fare ancora meglio la propria parte sono i consumatori, che continuano a far crescere il risparmio più dei consumi. Un clima di fiducia migliore, nonostante i venti di guerra nucleare che arrivano da Pyongyang e di guerra commerciale che arrivano da Washington (ai quali pochi danno credito), non guasterebbe. E una stampa meno nichilista potrebbe dare un contributo importante.
 
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