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Il tramonto del salotto buono

L'evoluzione della governance delle grandi imprese

Riccardo Sabbatini 13/09/2017

La sede di Mediobanca a Milano La sede di Mediobanca a Milano La decisione di Pirelli di uscire dal patto di sindacato di Mediobanca è stata commentata come un'altra spallata a quello che una volta si chiamava il "salotto buono" della borghesia italiana. Era quel club esclusivo delle grandi imprese collegate tra loro da un fitto reticolo di patti di sindacato, nato nel dopoguerra sotto la regia di Enrico Cuccia. Quella realtà non c'è più da tempo e non v'era bisogno dell'ultima decisione di Pirelli per accorgersene. A scorrere gli estratti dei 73 patti di sindacato attualmente in vigore tra le società di Piazza Affari, si può osservare come la gran parte coinvolgano soltanto società familiari e di servizi. Limitata è ormai la presenza di banche (Ubi, Bper, Carige, Mediolanum) e assicurazioni (Unipol Sai). Della vecchia "galassia" è rimasto soltanto il patto di Mediobanca, peraltro in via di disfacimento. Quelli che un tempo legavano assieme anche le sorti di Pirelli, Fonsai, Rcs, Gemina, Telecom, Unicredit, Italcementi, Fiat, Generali nel corso degli anni sono stati sciolti.
 
C'è un aspetto che merita di essere segnalato. Le grandi società italiane, quelle che vantano un'ampia presenza di investitori istituzionali nel proprio azionariato, stanno decidendo di passare ad un sistema di corporate governance che prevede un maggior ruolo del Cda uscente nelle candidature del nuovo board. È un'opzione già prevista nello statuto di Mediobanca ed è d’attualità, tra gli altri, in Unicredit e Generali. È una modifica degli aspetti di corporate governance che decreterebbe la morte dei patti di sindacato. Un comitato nomine di un Cda incaricato di formulare una lista dei candidati per il nuovo board non potrebbe certo essere legalmente vincolato da accordi privati tra azionisti - tali sono i patti di sindacato - che impongono la presenza di rappresentanti di soci forti. Certamente quel comitato nomine avrebbe l'obbligo di ascoltare i grandi azionisti e tener conto della loro voce ma poi deciderebbe per suo conto. Inutile dire che in questo nuovo contesto, che ricalca gli schemi della corporate governance Usa, i manager delle società avrebbero un peso maggiore a scapito degli azionisti forti.
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