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Tassi, liquidità e rischio bolle

Che accadrà con la conclusione del Qe?

Riccardo Illy 08/09/2017

Tassi, liquidità e rischio bolle Tassi, liquidità e rischio bolle Nella conferenza stampa di ieri, dopo il Consiglio Bce, il presidente Draghi ha sottolineato che guarda con attenzione al corso dell’euro rispetto al dollaro soprattutto per gli effetti che può avere a medio termine sull’inflazione. A proposito di quest’ultima si è detto fiducioso che raggiungerà l’obiettivo del 2% entro il 2020, confermando l’impegno della Bce a raggiungerlo. Il ragionamento sottostante le parole di Draghi è che rivalutandosi l’euro diminuirebbero i prezzi dei beni importati deprimendo il tasso di inflazione. Forse questo effetto non è così lineare; altrimenti, con segno opposto, quando l’euro passò da picchi di 1,38 contro il dollaro nel 2014 al picco negativo di 1,05 nel 2015 (per poi stabilizzarsi sotto gli 1,15 fino a pochi mesi fa) l’inflazione avrebbe dovuto aumentare significativamente. Ciò che non è avvenuto, nonostante la stabilità delle importazioni.
 
La logica dei tassi bassi e della liquidità alta è quella di penalizzare il risparmio a reddito fisso per premiare i consumi (che crescendo dovrebbero anche stimolare l’inflazione) e indirizzare il risparmio su impieghi meglio remunerati perché più rischiosi, come quelli azionari. Il primo obiettivo, dopo anni di Qe dalle dimensioni impressionanti (si stima che un quinto del debito pubblico globale sia finanziato dalle Banche centrali), è stato raggiunto solo in piccola parte. La maggior parte della liquidità si è riversata sulle borse, che hanno visto lievitare le quotazioni ben al di sopra dell’andamento dell’economia reale. La probabilità che si siano create delle bolle speculative nelle borse americane, europee e giapponesi e il rischio che scoppino non appena le condizioni finanziarie delle Banche Centrali torneranno alla normalità è forse più importante rispetto al perseguimento dell’obiettivo di inflazione al 2%.
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