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L'Europa e le mire di Putin
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 02/10/2026
Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco analizza gli argomenti utilizzati dai filorussi e da chi sostiene che il realismo imponga all’Europa di assecondare il Cremlino. Individua tre tesi: la Russia come vittima dell’aggressione occidentale, la negazione della guerra ibrida russa e il ricatto nucleare. Sulla prima, l’autore ritiene inutile tornare. Più rilevanti sono le altre due, perché meno esplicitamente ideologiche. La guerra ibrida russa contro l’Europa, sostiene Panebianco, resta in gran parte invisibile alle opinioni pubbliche, soprattutto nei Paesi più lontani dalla Russia. Questo rende plausibile negarne l’esistenza e accusare di «guerrafondai» chi denuncia sabotaggi e altre minacce. L’altro argomento punta invece sulla paura nucleare: di fronte al rischio di un’escalation, l’Europa dovrebbe accettare i diktat russi. Panebianco ritiene però non automatico l’uso dell’arma nucleare, sottolineando che il suo principale valore per una grande potenza risiede nella minaccia e nei vantaggi politici che essa produce. L’autore invita quindi a guardare agli obiettivi strategici attribuiti alla leadership russa: recuperare con la forza territori dell’ex Unione Sovietica e modificare gli equilibri europei fino a ottenere una posizione egemonica, dopo aver indebolito o disgregato la Nato. Secondo Panebianco, questa spinta espansionistica ha radici storiche profonde e non può essere ignorata. In passato gli Stati europei disponevano, secondo l’autore, di maggiori capacità per contrastarla; dopo la Seconda guerra mondiale hanno invece fatto affidamento sulla protezione americana. Oggi, con tale protezione meno scontata, la questione decisiva è se gli europei riusciranno a cooperare tra loro per ricostruire quelle capacità di deterrenza e difesa che Panebianco definisce gli «anticorpi» perduti.
Antonio Di Rosa, La Stampa
Su La Stampa, Antonio Di Rosa riprende la proposta di Gianrico Carofiglio di «condividere la prosperità» come risposta alla crisi energetica e al crescente disagio sociale. L’autore sostiene che l’aumento dei costi di energia, trasporti e beni essenziali stia mettendo sotto pressione le famiglie e alimentando il consenso verso i populismi. Per questo, secondo Di Rosa, non servono nuovi steccati ideologici ma soluzioni «eque e condivise». Di Rosa respinge l’idea di una tradizionale patrimoniale finalizzata a contrapporre ricchi e poveri e richiama invece una proposta di tassazione progressiva sui grandi patrimoni: una quota esente fino a 10 milioni di euro e un prelievo dell’1% oltre determinate soglie. Le risorse servirebbero a creare un Fondo nazionale contro gli imprevisti della vita, destinato a chi non dispone di riserve sufficienti per affrontare emergenze sanitarie o il rischio di perdere la casa. La proposta, precisa l’autore, andrebbe comunque approfondita e verificata nella sua concreta applicabilità. Il tema, secondo Di Rosa, dovrebbe inserirsi in una più ampia agenda sociale: cibo, acqua, sanità, trasporti pubblici, assistenza agli anziani, scuola e università. La risposta alle difficoltà sociali è considerata decisiva anche per la tenuta delle democrazie, perché l’emarginazione spinge una parte dei cittadini verso movimenti radicali. L’autore cita in questo senso Germania, Francia, Italia, America Latina e Stati Uniti come esempi di sistemi politici messi sotto pressione dalla crescita delle marginalità. Infine, Di Rosa sostiene che l’obiettivo debba essere ridurre le distanze sociali, aumentare le opportunità e offrire ai giovani prospettive reali di sviluppo, per evitare che continuino a lasciare l’Italia. La proposta di Carofiglio, conclude, ha il merito di riportare al centro la questione sociale e di invitare la politica a confrontarsi con i problemi concreti del Paese.
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica - “La notizia che il docufilm Naza mette a fuoco è che le pratiche di sterminio possono contare su un salto di qualità tecnologico e al tempo stesso psicologico. Il carnefice non solo uccide a distanza, comodamente adagiato nel suo bozzolo digitale. Ma può anche sostenere, con qualche ragione, che non è lui, ma l’algoritmo a selezionare il bersaglio, a calcolare quante sono le vittime collaterali tollerabili (e l’algoritmo ne prevede tante), a liquidare la carneficina come atto necessario di un “progetto” che ha come fine la messa in sicurezza della propria tribù: e le altre tribù, come da sempre, sono solo problemi da neutralizzare. Tutte le stragi militari hanno sempre avuto come alibi individuale, per sgravare la coscienza di un peso insostenibile, la frase “ho solo obbedito agli ordini”. Ma se gli ordini non li dà un generale sanguinario, ma li dà un problem solver digitale, la cui programmazione umana perde visibilità mano a mano che il sistema guadagna autonomia, puoi anche farti l’idea, davanti al tuo video, che sei lì semplicemente per realizzare un punteggio. Questo dicono, in buona sostanza, tutti o quasi gli intervistati di Naza: che, detto non tra parentesi, non omette un bel niente, non l’oltraggio sanguinario del 7 ottobre, non la memoria della Shoah. Non è un processo, è un’indagine dentro i pensieri e i sentimenti di chi, in Israele, ha allestito una macchina di sterminio, ucciso bambini, donne, persone innocenti, e lo ha fatto quasi in automatico, con la souplesse terribile che la tecnologia consente. La guerra è da sempre una macchina. I soldati ne sono solamente i pezzi di ricambio. La disumanizzazione del nemico, che diventa solo un bersaglio da incenerire, era bene espressa già a Dresda, già a Hiroshima, e via via a ritroso nei secoli. Ma è sulla disumanizzazione del carnefice che Naza aiuta a riflettere”.
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