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La dignità di nascere e morire

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 30/09/2026

La dignità di nascere e morire La dignità di nascere e morire Walter Veltroni, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Walter Veltroni sostiene che la società italiana abbia maturato una consapevolezza sui grandi nodi della vita civile più avanzata rispetto alla loro rappresentazione politica e mediatica. Per questo auspica un confronto tra maggioranza e opposizione, nonostante l’avvicinarsi della campagna elettorale, per approvare norme condivise su due temi fondamentali: l’inizio e la fine della vita. Sul fine vita, Veltroni critica il ritardo del Parlamento, più volte sollecitato dalla Corte Costituzionale, e chiede una legge nazionale che raccolga i quattro requisiti indicati dalla Consulta: assenza di possibilità di guarigione, sofferenze intollerabili, piena capacità di decidere autonomamente e dipendenza da trattamenti o macchinari. Secondo l’autore, la normativa dovrebbe essere chiara e sottratta a burocratizzazione e politicizzazione. La scelta di interrompere una sofferenza irreversibile, osserva, riguarda anche i familiari e richiede uno Stato capace di umanità e fiducia nei cittadini. L’altro grande tema è la natalità. Veltroni ricorda il calo delle nascite, la riduzione del numero medio di figli per donna e la perdita di oltre 220mila culle in meno di vent’anni. La natalità, sostiene, dovrebbe diventare un obiettivo nazionale, intervenendo sulle condizioni economiche e sociali che frenano le coppie, dalla scarsità di asili nido alla paura dei costi e della solitudine. La scelta di non avere figli resta legittima, ma diversa è una situazione in cui sono le condizioni sociali a scoraggiarla. Infine, Veltroni chiede di superare le barriere che limitano l’accesso alla maternità, dalla preservazione della fertilità alla procreazione medicalmente assistita. Richiamando il Manifesto per la fertilità 2030, propone di consentire l’accesso alla Pma anche alle donne single e ricorda la propria esperienza di figlio cresciuto da una madre vedova. L’Italia, conclude, dovrebbe aiutare chi sceglie di avere figli e affidarsi maggiormente alla capacità di scelta dei cittadini.
 
Gabriele Segre, La Stampa
Su La Stampa, Gabriele Segre analizza il ciclo elettorale europeo che, dopo l’affermazione di AfD in Sassonia-Anhalt, porterà nel 2027 al voto diversi Paesi chiave dell’Unione, in un’Europa segnata dalla guerra in Ucraina. Per l’autore, la questione decisiva non è tanto chi vincerà le elezioni, quanto se l’Europa riuscirà ad assorbire gli scossoni politici mantenendo continuità e capacità di azione. Segre osserva che, di fronte alle difficoltà delle istituzioni europee, si moltiplicano le ipotesi di «geometrie variabili» e «coalizioni dei volenterosi», con gruppi ristretti di Stati pronti ad avanzare quando i Ventisette non riescono a farlo insieme. Il rischio è che questa flessibilità venga resa fragile dall’alternanza elettorale: maggioranze e governi possono cambiare rapidamente, rendendo instabili accordi e coalizioni. Per Segre, il problema riguarda soprattutto il rapporto della democrazia con il tempo. La democrazia presuppone la fiducia che chi perde possa attendere la prossima occasione per tornare al governo. Questa fiducia, sostiene Segre, si sta consumando di fronte alla percezione di un’emergenza continua: clima, immigrazione, Putin, riarmo, intelligenza artificiale e declino dell’Occidente alimentano la sensazione di un’“Apocalisse” imminente. In questo clima, attendere quattro anni per cambiare maggioranza può apparire insostenibile e l’avversario viene percepito come una minaccia definitiva. Segre ritiene invece necessario recuperare una visione di lungo periodo, fondata sulla possibilità che esista un futuro nel quale gli accordi restino validi, gli alleati continuino a cooperare e perdere un’elezione non equivalga a perdere l’ultima occasione. Per l’autore, questa fiducia nel domani è essenziale per salvaguardare la democrazia europea.
 
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica – “C'è qualcosa di invincibilmente italiano nella premiazione in Campidoglio di Wanna Marchi e della figlia Stefania Nobile. Cerimonia sfuggita ad ogni prudenza protocollare perché — diciamola come va detta — nemmeno la più alta delle dighe è in grado di arginare la gioiosa immoralità di una parte consistente del nostro popolo. Si deve a un editore non famosissimo, ma certamente operoso, il merito di avere organizzato la premiazione di un libro di ricette della madre e di una autobiografia della figlia. “Premio Internazionale della Cultura” è la dicitura scelta per l’occasione, e suona strepitosamente farlocco come la celebre “crema scioglipancia” sulla quale Marchi madre e figlia costruirono un piccolo impero fondato sul raggiro e sull’assoggettamento psicologico delle clienti-vittime (chi non le ha viste riveda le quattro puntate di “Wanna”, la serie Netflix del 2022: meriterebbe di essere materia scolastica, ovviamente con gli alunni accompagnati dai professori). Finì con il carcere, come molto spesso accade a chi antepone il successo e la ricchezza personale alla legge e, per dirla in prosa, al rispetto degli altri esseri umani. Ma c’è, nelle due, una vitalità indomabile. In rappresentanza della vitalità di un pezzo cospicuo d’Italia (maggioritario o no, dipende dai momenti e dai punti di vista), che delle leggi e del rispetto degli altri se ne frega. Marchi, con una schiettezza che le va riconosciuta, legge la propria vita solo in funzione di sé. Ciò che le giova è bene. Ciò che non le giova è male. Da un certo punto di vista (il loro), la sola colonna sonora degna della piccola cerimonia romana sarebbe stata l’Inno di Mameli”.
 
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