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L'impennata d'orgoglio ungherese

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 13/04/2026

L'impennata d'orgoglio ungherese L'impennata d'orgoglio ungherese Paolo Valentino, Corriere della Sera
“Il nostro lungo incubo europeo è finito” scrive Paolo Valentino sul Corriere della Sera commentando l’esito delle elezioni ungheresi. “Dopo sedici anni nei quali ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale» nel cuore d’Europa, Viktor Orbán subisce una sconfitta elettorale devastante e senza appello. A Budapest vince Péter Magyar, l’ussaro che ha scoperchiato il tetto dell’edificio orbaniano, mostrandone crepe, vizi e segreti inconfessabili. Sul Danubio soffia il desiderio di cambiamento di un Paese stanco della satrapia corrotta e asservita del tribuno sovranista. A urne ancora aperte, la vittoria di Magyar appare completa. Nonostante il truffaldino sistema elettorale cucito su misura per Orbán e il Fidesz, Tisza, il partito dello sfidante, ha infatti ottime probabilità di ottenere la maggioranza di due terzi nell’Országház, il Parlamento di Budapest, che gli consentirebbe di modificare la Costituzione. Fin d’ora è chiaro che quella in Ungheria non è stata un’elezione, ma una rivoluzione. A partire dall’affluenza alle urne che ha sfiorato l’80%, la più alta partecipazione al voto dalla caduta del comunismo e un chiaro segnale che gli ungheresi hanno capito l’importanza della posta in gioco e hanno risposto a tono. Il secondo dato rivoluzionario riguarda Viktor Orbán. È un destino singolare, il suo, ritrovarsi nello stesso punto cronologico della parabola del potere, che segnò la fine dei suoi due mentori. Sedici anni durò il regno di Helmut Kohl. Sedici anni quello di Angela Merkel, grande protettrice prima di diventare nemica. Il tribuno magiaro ha scelto la strada del primo, andando di nuovo in battaglia per un quinto mandato. E ha fallito. Magyar ha promesso di ripristinare lo Stato di diritto, restituendo contrappesi e controlli al sistema. Ha annunciato di voler riprendere il dialogo con Bruxelles, invece di abusare del diritto di veto che è stata l’arma impropria con cui Orbán ha ricattato per anni l’Unione. E non ultimo, ha detto di voler mettere un freno alla crescente influenza russa sul Paese, che Orbán ha letteralmente messo al servizio degli interessi di Putin”.
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
Su Repubblica anche Andrea Bonanni commenta la sconfitta di “Viktor Orbán, amico di Trump e di Putin”, uscito “battuto dal voto che ha visto un’affluenza record alle urne. Il partito filo-europeo di Peter Magyar ottiene molto più della maggioranza assoluta dei suffragi. È una sconfitta cocente per Trump che, con una inaudita intromissione negli affari interni di un paese alleato, aveva inviato a Budapest il vice-presidente americano Vance per fare campagna elettorale a favore di Orbán e contro Bruxelles. È una battuta di arresto per le estreme destre europee, da Meloni a Salvini, da Le Pen ai tedeschi di Afd, agli spagnoli di Vox, che scoprono quanto avvelenato sia l’abbraccio del presidente americano che li ha arruolati nella sua guerra contro l’Europa. È un duro colpo anche per Putin, che aveva nell’autocrate ungherese un fedele servitore, più ancora che un alleato politico. La prudenza degli europei, che avevano evitato di adottare ulteriori misure punitive nei confronti del regime ungherese proprio per scongiurare sussulti nazionalistici e anti Ue, si è dimostrata vincente. I leader dei principali paesi europei hanno osservato un rispettoso silenzio durante la battaglia elettorale, mentre Orbán chiamava in soccorso i capi della destra mondiale. Il rispetto delle più elementari regole democratiche ha pagato, mentre la plateale violazione della sovranità nazionale da parte dell’amico di Trump è stata sanzionata dagli elettori. Tisza, il partito di Magyar, ottiene in parlamento la maggioranza dei seggi necessaria per smantellare le riforme costituzionali anti-democratiche con cui Orbán, nei sedici anni del suo regime, ha ridotto i diritti e le libertà degli ungheresi. Questo dato è naturalmente molto importante per il futuro del Paese. L’Ungheria deve poter ripristinare il proprio ordinamento liberale se vuole ricevere i 20 miliardi di fondi Ue che sono stati congelati proprio per le inadempienze del governo di Budapest. Tuttavia il messaggio politico che arriva dalle urne ungheresi è ancora più importante per l’Europa nel suo complesso, perché riguarda i due principali nemici dell’Unione europea: Vladimir Putin e Donald Trump”.
 
Tommaso Cerno, Il Giornale
“Alla fine avevamo ragione”, commenta Tommaso Cerno sul Giornale: “l’Ungheria era davvero una democrazia. Peccato che per anni ogni atto di Viktor Orbán, identificato come il peggiore di tutti i mali, fosse la dittatura e il nazismo. E invece no. Era il volere popolare, che è durato 16 anni e che il meraviglioso e banale gesto di recarsi alle urne ha fatto cambiare di segno. Non perché c’è stato un golpe «antifa», perché la Flotilla è risalita lungo il Danubio o perché c’è stato un referendum sulla giustizia, dopo il quale il leader dell’opposizione - come Elly Schlein - ha spiegato in Parlamento che a loro le elezioni politiche non interessano (infatti dalla nascita del Pd nel 2007 le hanno sempre perse ma hanno quasi sempre governato) e che tutto era cambiato. Semplicemente gli stessi ungheresi che avevano scelto Orbán per quattro volte, gli hanno detto di lasciare il governo al vincitore, legittimo, delle elezioni in Ungheria. La cosa più semplice in natura, se davvero siamo ancora un’Europa democratica. Se sarà migliore l’Ungheria di Péter Magyar, che è cresciuto nello stesso partito di destra di Orbán e che la sinistra presto dipingerà come peggiore del suo predecessore, lo vedremo nei prossimi mesi. Ma certamente la sua sarà la stessa Ungheria che ha messo sotto processo Ilaria Salis, la connazionale che il Giornale per primo chiese di aiutare. E a cui oggi contestiamo omissioni sul contratto al suo assistente. Vedremo se era colpa di Orbán il suo processo e se adesso finirà per magia (e per Magyar). Oppure continuerà, come succede nelle democrazie, dove i poteri sono separati anche quando non c’è la campagna per il fronte del No”.
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