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Democrazie e fragilità

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/04/2026

Democrazie e fragilità Democrazie e fragilità Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“È una discussione vecchia quanto la democrazia – osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera -. Le democrazie sono in grado di fronteggiare le difficoltà che derivano dall’ambiente internazionale? Il fatto di basarsi sulla libertà delle opinioni, il pluralismo, la divisione dei poteri, non le mette forse in svantaggio rispetto ai regimi autoritari? Sappiamo che le democrazie, quando sono coinvolte in guerre in cui sia in gioco la loro sopravvivenza, esibiscono virtù celate: i cittadini combattono con ardore e dedizione superiori a quelle dei sudditi di un regime autoritario. I cittadini combattono per difendere la propria casa, i sudditi per difendere la casa del despota. Per quanto grandi possano essere le sue magagne, quella ucraina è una democrazia: anche per questo gli ucraini tengono testa a un nemico sulla carta superiore. Gli aiuti esterni contano ma non servirebbero senza la loro determinazione. Ma una cosa è difendersi da un invasore, un’altra è la conduzione della politica estera in un ambiente instabile. In questo caso i dubbi sulle capacità della democrazia diventano leciti. Oggi lo sono più che in passato. Si pensi all’impatto della «democrazia dei social», che veicola messaggi semplicistici ed estremisti. Come si fa a gestire una saggia politica estera in queste condizioni? Quanto più diventa complicata la navigazione internazionale, tanto più la scena pubblica è occupata da «terribili semplificatori» che vendono certezze a un pubblico disorientato. L’Europa è nei guai. È divisa e avrebbe bisogno di una coesione che non ha. Le democrazie europee sono diverse: alcune meglio attrezzate di altre. Opposto è il caso dell’Italia, dove l’antipolitica è un tratto caratteristico. È banale osservare che servirebbero classi dirigenti all’altezza. Senza una convergente valutazione dei problemi, la democrazia italiana rischierà grosso. Non sarà possibile contrastare semplicismi e idee sbagliate. Le democrazie possono contare su grandi risorse. Ma sono anche fragili. I tempi non lo consentono”.
 
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica - “Alla terza lettera di dimissioni dalla commissione del ministero della Cultura che assegna i finanziamenti per il cinema (dopo Mereghetti e Galimberti, anche Vocca) si immagina il dilemma, non trascurabile, che ha preceduto la decisione. È peggio rimanere in siffatta compagnia (ricordiamo che la commissione ha preferito Pingitore a Bertolucci e ha ritenuto indegno di nota il docufilm su Regeni) o è peggio lasciare il posto all’ennesimo pulitore etnico con l’incarico di cancellare dalla faccia della terra tutto ciò che è o sembra “di sinistra”? È peggio rimanere rischiando la complicità, o è peggio la fuga, lasciando campo libero al Minculpop che nelle arti distingue solo lo zelo patriottardo, meglio se maccheronico? Se rimango, farò la figura del collaborazionista? Se me ne vado, farò la figura dell’anima bella, dell’aventiniano? Se mi trattengo in questa mischia per cercare di salvare il salvabile, non rischio forse di fare la figura della foglia di fico, così che il mio nome serva al governo per dire: “siamo pluralisti, nella commissione c’erano anche Tizio e Caia, che sono di sinistra”? Dilemma aggravato da un ulteriore scrupolo: saprà qualcosa di cinema, chi mi sostituisce, o è un ulteriore tappabuchi governativo scelto per la fedeltà alla causa, certo non per il curriculum? Alla luce dei fatti, che hanno visto incompetenti promossi per affidabilità politica, e competenti cacciati o silenziati perché “nemici”, abbandonare la mia sedia non sarà un dargliela vinta, a questo governo in cerca di regolamenti di conti e vendette? Fortunato chi, in questo scorcio della nostra storia nazionale, non ha responsabilità pubbliche. E dunque non deve domandarsi qual è la giusta distanza da Roma, intesa ovviamente non come città, ma come distributrice di incarichi, prebende e ristori”.
 
Gabriele Segre, La Stampa
“All’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il mondo ha tirato un mezzo sospiro di sollievo – commenta Gabriele Segre su La Stampa -. Visti i presupposti apocalittici, abbiamo pensato di aver scampato il peggio. Nessuna guerra nucleare. Almeno per ora. È proprio quel “per ora” a dominare la scena: sospesi tra il sollievo e la certezza che la prossima crisi sia già dietro l’angolo. La tregua è arrivata novanta minuti prima dell’ultimatum trumpiano; Washington e Teheran hanno scoperto solo dopo la firma di aver esaminato testi diversi; Israele continua a bombardare il Libano; Hormuz apre e chiude. Tutto fa pensare che l’incontro ad Islamabad assomiglierà più a un dialogo tra piromani che a una conferenza. A essere scettici non si sbaglia. Il mondo non ha smesso di evitare le guerre; ha smesso di saperle chiudere. Chiunque può cominciare un conflitto. Ma è sulla capacità di terminarlo che si misurano le gerarchie del potere. Alla base stanno le potenze ordinarie: se puoi aprire il fuoco, conti. Sopra siedono le superpotenze, che possono permettersi guerre lunghe. Al vertice l’egemone globale: quello che decide come finiscono i conflitti. Gli Stati Uniti del Novecento fecero questo. Poi l’egemonia si è logorata: in Vietnam, Iraq, Afghanistan, Washington ha scoperto di saper entrare ovunque, ma non di uscirne alle proprie condizioni. È rimasta superpotenza, ma non più abbastanza autorevole da chiudere le guerre. La Russia insiste a combattere in Ucraina senza riuscire a vincere. La Cina evita la prova decisiva. La campagna contro l’Iran lo conferma: gli Stati Uniti hanno fretta di fermarsi. Non hanno imposto un nuovo ordine; i costi sono diventati insostenibili. Intanto la scena si riempie di potenze medie, sempre più disposte a combattere. Il mondo vive una nuova inquietudine: la guerra come condizione permanente. Anche se questa tregua reggesse, resterebbe il senso di una miccia pronta a riaccendersi. Nessuno ha più il potere di dire davvero: finisce qui”.
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