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Trump è rimasto solo
Incognite e balzelli
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 09/04/2026
“La prima, vera guerra di Donald Trump è durata 38 giorni tumultuosi – osserva Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera -, tra conigli pasquali e minacce di riportare l’Iran all’età della pietra. Ora il presidente americano canta vittoria. Lo ha fatto sistematicamente da quando è tornato alla Casa Bianca. Vittoria con i dazi, vittoria con la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, vittoria con il «Board of peace» per l’ipotetica ricostruzione di Gaza. Quando le cose non sono andate secondo le attese, ha scaricato la responsabilità sugli altri, con accanimento verso Volodymyr Zelensky. Ma oggi come esce da questa prova? Trump si era fatto convincere dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ora si ritrova a gestire uno scenario pieno di incognite. Prima della guerra, l’Iran non aveva mai messo in pericolo la navigazione nello Stretto di Hormuz. Adesso Trump dovrà spiegare perché si prepara a negoziare un’intesa che consentirebbe ai pasdaran di riscuotere un balzello su ogni cargo. «Io sono prima di tutto un businessman», ama ripetere Trump. Ma la trasformazione di Hormuz in una sinecura per Teheran è un’operazione sconcertante, senza contare le ripercussioni sul mercato globale dell’energia. Gli attacchi militari non hanno dato i risultati previsti. Il regime degli ayatollah si è dimostrato un avversario temibile. Nessuno alla Casa Bianca aveva previsto una possibile rappresaglia iraniana contro le città del Golfo. L’immagine di Commander in Chief ne è uscita ammaccata. Il rapporto con gli emiri e gli sceicchi si è incrinato. Mentre le bombe esplodevano a Dubai e Abu Dhabi, Trump assicurava che quei Paesi erano protetti dalle armi statunitensi. Non è andata così. Su altri fronti, solo conferme: Trump ha trattato con indifferenza gli alleati europei. Il Trump post-Iran resta una mina vagante per la Nato. Infine il versante interno. Il tasso di approvazione è in calo. L’emorragia del consenso sembra proseguire. Trump proverà a risalire la china, proponendo il racconto di un intervento coronato da successo. E poi, non è finita: nuove avventure sono già in mente”.
Michele Serra, la Repubblica
“Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati “Hezbollah” per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno – commenta Michele Serra su la Repubblica -. Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome “Napoli” e scrivesse “Camorra”, così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: “Ma no, ho distrutto Camorra”. È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina. La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque “altri”, e in quanto tali meno umani, meno “noi”, meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri. Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev’essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago. Parla chiaro l’atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l’universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.
Fabrizia Giuliani, La Stampa
Scrive Fabrizia Giuliani su La Stampa “Bisogna cominciare ogni volta da capo, sì. E spiegare che, nel commento a una sentenza in cui l’aspetto conteso è la premeditazione, il punto non è la quantità, ossia la durata della pena, ma la qualità, ossia la comprensione di ciò che è avvenuto e perché. Bisogna ricominciare da capo perché la discussione pubblica sulla violenza contro le donne viene spesso ricondotta a un confronto tra promotrici di un approccio repressivo e difensori delle garanzie. Non è così: non è un modo adeguato di dar conto di un fenomeno che chiede un aggiornamento delle categorie. Bastano i fatti. I fatti risalgono a tre anni fa. Il 28 maggio 2023 viene denunciata la scomparsa di Giulia Tramontano, ventinove anni, agente immobiliare di Senago, dove viveva con il compagno Alessandro Impagnatiello, autore della denuncia. I familiari non credono all’allontanamento volontario. Impagnatiello viene indagato: nella sua auto gli inquirenti trovano tracce biologiche, la sua versione è confusa. Confessa dopo pochi giorni e racconta dove ritrovare il corpo. L’autopsia rivela che nel sangue della donna e del feto sono presenti tracce di veleno per topi; le ricerche sul computer mostrano che l’indagato aveva cercato come procurarselo e utilizzarlo. La Corte d’Assise lo condanna all’ergastolo nel novembre 2024; il 25 giugno 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Milano riforma la sentenza, conferma la pena ma esclude la premeditazione; ora la Cassazione ordina un nuovo processo d’appello. La premeditazione non è un dettaglio: riguarda il perché di questo femminicidio. Non è un impulso: è un’idea perseguita e realizzata, passo dopo passo”.
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