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La violenza e il caos

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 08/04/2026

La violenza e il caos La violenza e il caos Walter Veltroni, Corriere della Sera
“Agli osservatori più attenti, non abbacinati dai fari del nuovo spirito del tempo”, commenta sul Corriere della Sera Walter Veltroni, “non è parso difficile pronosticare, fin dalla campagna elettorale, che la seconda presidenza di Trump sarebbe stata ben più pericolosa, sovvertitrice, spietata della stagione precedente. Trump sta portando il suo paese nel caos, e il mondo nella più pericolosa stagione di conflitti mai vista prima. E persino il possibile uso delle armi atomiche è tornato ad apparire spaventosamente attuale, incredibilmente possibile. Non c’è una strategia, una visione, un disegno. Solo la violenza, l’idea del potere libero per i più potenti, della negazione della sovranità dei popoli, solo la sistematica violazione delle regole concordate, solo la minaccia alla libera informazione: gli ingredienti del caos. Forse a muovere questa ennesima guerra è il tentativo di sviare l’opinione pubblica da dossier inquietanti. Non si vede nessuna ragione e nessun obiettivo, infatti, nella scelta di precipitare il mondo in una guerra che, insieme al conto delle morti, presenta il saldo della recessione in corso e in arrivo, della crisi petrolifera, dell’annientamento della mobilità di persone e cose in buona parte del mondo. L’America è isolata, confusa, senza strategia e alleati e comincia a farsi strada, anche negli ambienti della destra più estrema cresciuta in questi anni nel mondo, la convinzione che l’abbraccio con il Presidente americano sia il bacio della morte. Ma la democrazia non potrà solo attendere che finisca la nottata per poi ritrovarsi esattamente come prima. Questo ciclone non potrà essere superato con un puro spirito conservatore, ma con un nuovo, coraggioso, ciclo di pensiero democratico, di destra e di sinistra, liberato dalle scorie dell’autoritarismo e capace di progettare, ciascuno in base ai suoi valori, società davvero nuove, davvero inedite”.
 
Massimo Adinolfi, la Repubblica
Su Repubblica anche Massimo Adinolfi critica Trump, che ha minacciato di distruggere la civiltà iraniana. “Non che non siano mai state formulate, nella storia recente o lontana, minacce, ingiunzioni, ultimatum”, commenta Adinolfi, “o che non siano mai state richieste rese e capitolazioni. Ma quel che non può lasciare indifferenti, che suona decisamente fuori scala, è l’idea che il Presidente degli Stati Uniti d’America, nelle stesse ore in cui saluta orgoglioso gli astronauti che hanno portato l’umanità più lontano che mai, là dove la Terra scompare azzurrina sotto l’orizzonte della Luna, possa mettere sul piatto della bilancia, anche solo a titolo di ipotesi, la fine di una intera civiltà. Cosa ha creduto di minacciare Trump? Un popolo e le sue tradizioni, una lingua e la sua cultura, le case le strade e le moschee, le industrie e i bazar? In un saggio politico-psicologico di qualche anno fa, Peter Sloterdijk passava in rassegna le forme di accumulazione dell’ira, «prima parola d’Europa», che, dai tempi dell’Achille omerico, all’inizio della civilizzazione occidentale, hanno segnato la storia umana. Tramontato il tempo degli eroi, dell’orgoglio e della guerra fra i popoli antichi, le religioni monoteiste hanno dirottato nell’Aldilà il patrimonio dell’ira. In tempi moderni, si è accesa invece, in nome dell’uguaglianza, l’ira degli oppressi e l’utopia della militanza rivoluzionaria. Ma anche questo fuoco si è spento e l’ira si è dispersa: il fondamentalismo islamico, scriveva il filosofo all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, cova secolari risentimenti ma riesce ad accendere solo pochi focolai di violenza. Manca, all’ampio disegno tracciato da Sloterdijk, quel che si può sospettare oggi nelle parole di Trump: che l’ira tornasse ad accumularsi non nelle periferie diseredate del mondo, ma nel suo centro, dietro la bianca facciata in arenaria della White House”.
 
Pietro Reichlin, La Stampa
“La decisione di attaccare l’Iran”, scrive Pietro Reichlin sulla Stampa, “potrebbe avere conseguenze sull’economia mondiale molto peggiori di quelle che si aspettava Trump. Come già accaduto per la pandemia del 2019, questa crisi ha origine da un’improvvisa caduta dell’offerta. L’esperienza della pandemia ci ha insegnato che le crisi dovute a uno choc di offerta possono essere molto profonde ma anche di breve durata, soprattutto se i governi sono disposti ad allentare i vincoli di spesa e trasferire risorse ai settori più colpiti. Grazie a queste politiche, la caduta del Pil registrata nel primo biennio post pandemico è stata riassorbita molto velocemente, al contrario di ciò che è avvenuto nel caso della crisi finanziaria del 2008-2009, quando la ripresa è stata lenta e faticosa. Tuttavia, ci sono almeno due elementi che possono indurre a maggiore pessimismo. Il primo è che nessuno è in grado di valutare la durata della guerra e l’estensione dell’impatto sulle diverse aree del mondo. Il secondo punto critico, molto legato al primo, deriva dal fatto che questa crisi è scoppiata nel momento in cui tutti paesi avanzati, con poche eccezioni, sono alle prese con gravi squilibri fiscali, disavanzi elevati e livelli di debito che spesso superano il 100% del Pil. L’uso indiscriminato dei bonus fiscali dopo la pandemia ha zavorrato in modo eccessivo il bilancio pubblico e fatto crescere i prezzi oltre misura. Oggi potremmo commettere un errore analogo se usassimo i soldi pubblici per compensare indiscriminatamente i consumatori per l’aumento del costo della benzina. In ogni caso, l’esperienza di questi ultimi venti anni dovrebbe avere insegnato che le politiche fiscali espansive sono importanti, ma devono essere usate con parsimonia per non trovarsi impreparati di fronte alle crisi. Invocare prematuramente la sospensione del patto di stabilità potrebbe avere l’effetto indesiderato di creare sfiducia e provocare la svendita dei nostri titoli pubblici, con l’effetto di aumentare il costo del pagamento degli interessi e alimentare le aspettative inflazionistiche”.
 
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