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Assedio alle case di vetro
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 03/04/2026
Scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera - “Norberto Bobbio diceva che le democrazie sono case di vetro. I loro processi decisionali sono guidati da principi di trasparenza e legalità, la contesa per il sostegno degli elettori si svolge in una sfera pubblica aperta, ma disciplinata da regole ed eventuali sanzioni. In pratica, sappiamo che i vetri non sono sempre puliti. Ma se i pesi e contrappesi funzionano, ciò che succede all’interno delle case democratiche può essere osservato e controllato. La crescente aggressività dei regimi autoritari espone la natura aperta della democrazia a nuove minacce: la manipolazione delle informazioni dall’esterno. Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale hanno facilitato la fabbricazione e diffusione di fake news per condizionare il cuore del processo democratico, le elezioni. In Europa la minaccia proviene principalmente dalla Russia. È un fatto documentato, tra cui il servizio Fimi dell’Unione europea. Le campagne di disinformazione colpiscono tutti i Paesi. Quelli della «vecchia» Europa dispongono ancora di vari anticorpi. Il ventre molle della Ue è il fianco est, quello dei Paesi ex socialisti, dove la democrazia ha vetri più vulnerabili alle infiltrazioni. Le elezioni slovene del 22 marzo sono state inondate da flussi disinformativi provenienti dal «corridoio balcanico». Le fake news sono confezionate a Mosca e amplificate da fonti conniventi, poi adattate al contesto del Paese-bersaglio. Il flusso di disinformazione è volto a sollecitare risentimento verso la Ue e ad aizzare sentimenti nazionalistici. Il denominatore comune è l’inversione di responsabilità: la Russia è vittima, l’Occidente complotta, bisogna difendere la «democrazia» limitando la libertà. Le classi politiche democratiche sono al corrente, ma reticenti nell’informare l’opinione pubblica. Secondo il World Economic Forum la «guerra cognitiva» è tra i principali rischi globali. L’Unione europea si è mobilitata con lo «Scudo democratico europeo», ma servono sforzi nazionali. È ora che dai vetri si passi ai cristalli antiproiettile. La disinformazione è come un virus: si annida nella libertà di informazione e da lì attacca l’intero edificio. Non lasciamo che accada”.
Michele Serra, la Repubblica
“Si legge che nella smisurata collezione di selfie di Claudia Conte c’è anche Nanni Moretti, che sta al mondo dei selfie e dei social come Stockhausen sta al cha cha cha – commenta Michele Serra su la Repubblica -. E diverte immaginare dove e quando il riservato Nanni avrà posato con questa giovane collezionista di selfie, lasciandosi estorcere un clic sorridente perché la cortesia, tra i suoi vantaggi, ha anche quello della brevità. Ci si mette di meno a dire sì che a spiegare come e perché si preferirebbe di no. Discriminare il cercatore di selfie sulla base della sua reputazione non è mica facile. Sono sicuro, nel mio piccolo, di avere accettato pose affettuosamente promiscue con un sacco di ottime e stimabili persone, ma anche, magari, con persone dal profilo molto discutibile. Non dubito che Claudia Conte appartenga alla prima categoria, ma devo confessare che un poco mi sgomenta l’idea che per farsi largo in società sia utile, oggidì, affastellare nella propria bacheca social un numero esorbitante di immagini “con persone famose”. La domanda è sempre la stessa: ma come hanno fatto, lungo i secoli e i millenni, un sacco di persone, a essere felici senza essere famose? La fama non sempre conduce alla felicità. Servirebbe quel ricercato e raro «conosci te stesso» che consente (anche oggi) a falegnami bravissimi, a dottoresse stimate, a persone comuni insospettate, di sentirsi in pace con se stesse, contente della propria vita, anche se lo sanno in pochi. La fama è traditrice. Non garantisce qualità, né giudizio benevolo. Di molti famosi si dice: è stato bravo. Di molti altri: ha sgomitato più del consentito. Varrebbe, dunque, come criterio di valutazione non sostituibile, la qualità di quello che si è e di quello che si fa. Che, a meno di smentite, ha poco a che fare con i selfie”.
Gabriele Segre, La Stampa
“Ogni grande conflitto, dalla Guerra dei Trent’anni in poi, ha finito per lasciare il mondo più grande di come lo aveva trovato – osserva Gabriele Segre su La Stampa -. Non più giusto o più pacifico, ma più connesso, più regolato, un po’ più capace di stare insieme senza massacrarsi. C’è qualcosa di paradossale nella capacità della violenza di costruire ordine. Eppure i fatti parlano chiaro: la pace di Westfalia inventò la sovranità degli Stati, il Congresso di Vienna il concerto delle potenze, i trattati dopo due guerre mondiali produssero interdipendenza e benessere. È come se l’umanità avesse bisogno di ridursi a brandelli prima di costruire qualcosa di più grande. Una ricetta abominevole, ma per secoli efficace. Poi qualcosa si è rotto. Oggi le guerre continuano, ma il sistema politico internazionale non cresce più. Anzi, si restringe. Invece di generare nuove istituzioni, erodono quelle esistenti. Ogni crisi spinge verso la stessa conclusione: l’unica garanzia è badare a sé stessi. Quando questa convinzione attecchisce, il sistema evapora e restano alleanze che si accendono e si spengono. Basta guardare al contesto: gli Stati Uniti minacciano di lasciare la Nato mentre ne esigono la solidarietà; i Paesi del Golfo restano nell’ombrello americano mentre fanno affari con Cina e Russia; Mosca logora l’Ucraina; la Turchia vende droni e media; la Cina tiene insieme tutto. Non è schizofrenia, è il segno che il sistema di sicurezza è cambiato. Per decenni il potere si misurava in Pil e accordi. Oggi no: conta la capacità di fare la guerra del futuro, adattarsi e trasferire esperienza. L’Ucraina è il laboratorio della guerra dei droni: costa poco, si replica, funziona. Il contrario degli arsenali miliardari. Lo stesso vale per Israele, che esporta sistemi di difesa rendendo i legami sempre più necessari. Il potere non si misura più in stabilità, ma nella capacità di offrire sicurezza: la competenza bellica è tornata moneta corrente. Non è escluso che dal disordine emerga qualcosa di più solido. È possibile, ed è tutto ciò che possiamo permetterci di sperare”.
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