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Confronto più utile delle bandierine
Redazione InPiù 13/03/2026
Sul Messaggero Paolo Pombeni rileva la novità importante del contatto avvenuto ieri sera tra la premier Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, dopo l’attacco alla base italiana di Erbil. “Il dibattito parlamentare dell’altro ieri sulle dichiarazioni della premier Meloni a fronte della preoccupante situazione internazionale e in vista del prossimo Consiglio Europeo aveva certificato un momento non proprio felice della nostra vita politica. Ma ieri sera” osserva Pombeni, “ed è un dato da non sottovalutare, qualcosa è cambiato. Di fronte ad una convulsione delle relazioni internazionali che è del tutto evidente nella sua drammaticità il governo aveva chiesto alle opposizioni una posizione di convergenza negoziata sulle manovre da fare. La prima risposta è stata peggio che picche. Il fatto vero su cui sarebbe opportuno riflettere è che nel non riuscire a far convergere la dialettica politica sulla costruzione di una risposta comune alle conseguenze della crisi che ci si para davanti si indebolisce la capacità del nostro Paese di stare nella drammatica avventura che sta toccando tutti gli equilibri mondiali. Non sottovalutiamo che ad ostacolare la formazione di spazi di convergenza e scambio creativo c’è il fatto che siamo in una fase di pesante crisi di leadership. Nelle opposizioni è plasticamente evidente: nella battaglia per consolidare i propri consensi, tanto più che probabilmente andiamo verso un sistema elettorale proporzionale, ciascuno vuole tenere alta la bandierina che lo distingue e che si suppone fidelizzi un nucleo duro. Lo si vede benissimo nella ostinata presentazione di mozioni differenziate da parte dei tre partiti del cosiddetto campo largo. Un po’ più fra le righe, ma è evidente anche nella maggioranza, dove, nell’impossibilità di marginalizzare la leadership di Meloni, si punta comunque a spargere il pepe di distinguo e di messe in guardia per costringere la premier a non deflettere da posture vetero-identitarie, contando che ciò le impedisca di espandere il suo consenso. Ieri sera a conforto è arrivata la comunicazione che Meloni e Schlein si erano sentite: dopo l’attacco alla nostra base militare ad Erbil è diventato evidente che il gioco degli scontri esasperati sta diventando troppo rischioso e totalmente fuori luogo. Non sappiamo se sia già un inizio di disgelo (Conte e Avs non la prenderanno bene), ma è un fatto importante. Forse si sta prendendo coscienza che anche da noi puntare tutto sui pasdaran dei due schieramenti contrapposti è una pessima politica”.
Mario Sechi, Libero
Su Libero Mario Sechi si occupa della campagna referendaria, “entrata nella fase decisiva. Il fronte del No, a corto di argomenti su una riforma che la sinistra aveva presentato più volte nel corso della storia recente come una trasformazione virtuosa del sistema giudiziario, ha puntato tutto sul voto contro il governo, con un tasso di virulenza e menzogna incredibile. Giorgia Meloni ieri a Milano ha ripercorso con pazienza e metodo i cardini della riforma e ha ribadito che l’obiettivo è quello di liberare i magistrati dalla trappola delle correnti, dal controllo della politica, da una cultura giuridica corrotta dall’ideologia. La novità nel discorso di Meloni riguarda la composizione del Consiglio superiore della magistratura e il rapporto con il Parlamento: «Io penso che la legge attuativa della riforma debba prevedere un periodo di decantazione, cioè qualche anno deve passare perché chi è stato in politica possa aspirare ad entrare nei membri laici del Csm». La premier ha elencato i nomi degli ultimi vicepresidenti del Csm e ha chiosato: «Virginio Rognoni, Nicola Mancino, Michele Vietti, Giovanni Legnini, Davide Ermini, tutte persone degnissime, ma vi sembra che fossero estranee alla politica?». Non lo erano, come non lo sono i laici del Csm in carica. Il passaggio è significativo perché anticipa - se la riforma verrà approvata dagli elettori - uno degli elementi dei futuri decreti attuativi. Non si separano solo le carriere dei magistrati, la «decantazione» per chi ha rivestito cariche politiche crea una salutare distanza tra l’inevitabile spirito partigiano dei protagonisti della lotta politica e il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, il cuore del sistema. La riforma lo sdoppia, ne rafforza l’indipendenza con il sorteggio e, con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, lo sottrae alla prassi del «todos caballeros» anche quando si è in presenza di «villanos». Chi è in gamba, fa carriera. Chi è indipendente, non è escluso. Chi sbaglia, paga. Sono sani principi che meritano di essere trasformati in legge dello Stato votando Sì”.
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