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Disordine e divisione
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 12/03/2026
“Nel discorso di Davos dello scorso gennaio, - scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera - il primo ministro canadese Mark Carney aveva lanciato un avvertimento: la rottura del multilateralismo liberale avrebbe penalizzato soprattutto le medie potenze democratiche, trasformandole in vasi di coccio alla mercé delle grandi potenze. La guerra in Iran ha confermato quei timori. L’attacco israelo-americano è avvenuto senza informare i principali alleati. Da un giorno all’altro i Paesi europei si sono trovati a fronteggiare minacce alla sicurezza territoriale ed energetica, oltre alla necessità di prendere posizione sulle scelte di Trump davanti a opinioni pubbliche disorientate. Carney aveva raccomandato una strategia congiunta: perseguire più attivamente i propri interessi nel rispetto della Carta Onu e dei diritti umani, costruendo coalizioni di scopo tra medie potenze per creare zone d’ordine “minilaterali” in ambiti critici come commercio, tecnologia e sicurezza. Una strategia che ha definito «pragmatismo basato su principi». La guerra in Iran ha subito mostrato le difficoltà: definire una linea comune e conciliare pragmatismo e principi. I Paesi hanno reagito in ordine sparso. Il Canada ha inizialmente appoggiato gli Usa; il Regno Unito ha evitato di condannare Trump; la Germania è rimasta in silenzio; la Spagna ha parlato di «no alla guerra»; la Francia si è avvicinata a questa posizione; l’Italia ha riconosciuto solo in seguito che l’attacco è avvenuto fuori dal diritto internazionale. Come ha osservato Ursula von der Leyen, l’Europa non può più limitarsi a custodire il vecchio ordine: deve trovare un nuovo sentiero insieme ai partner. Nonostante tutto, qualche segnale positivo emerge. Carney ha avviato iniziative con Australia, Giappone e India; il Parlamento europeo ha proposto di rafforzare la cooperazione con il Canada; il trio Germania, Francia e Regno Unito si è allargato all’Italia; la Spagna ha inviato una fregata a Cipro; Ue e Paesi del Golfo hanno chiesto insieme all’Onu di fermare l’escalation. Passi ancora limitati, ma indicano il tentativo di costruire nuove coalizioni e un’agenda condivisa. Il nuovo sentiero europeo dovrebbe combinare la tutela degli interessi con il rifiuto delle aggressioni militari e con politiche più attive in difesa dei diritti fondamentali”.
Michele Serra, la Repubblica
“La guerra finirà nel momento in cui lo decido io, ha detto testualmente Donald Trump – ci ricorda Michele Serra su la Repubblica-. I meno giovani hanno un sobbalzo: il copyright della frase è di Giucas Casella, il mago di Domenica in ai tempi di Baudo. Intimava al pubblico di intrecciare le dita delle mani e poi aggiungeva, autorevole, categorico: «Potrete sciogliere le mani solo quando lo dico io! Quando lo dico io!». Il «quando lo dico io» di Giucas divenne, per anni, uno dei più frequentati “meme” (che ancora non si chiamavano meme) del linguaggio pop e della satira italiana. Faceva molto ridere l’idea che qualcuno, con sguardo spiritato, potesse intimare agli altri come e quando obbedire alla sua volontà superiore. Ma si trattava di un illusionista, e di un segmento minore della società dello spettacolo. Non del presidente degli Stati Uniti. Pur essendo entrambi personaggi televisivi, è improbabile che Giucas Casella sia tra gli ispiratori di Trump. Non hanno fatto gli stessi studi (quelli di Giucas sono sicuramente più qualificati). Li accomuna, però, l’intenzione di far credere di essere muniti di una sorta di superpotere in virtù del quale il solo atteggiamento plausibile è la sottomissione: la meraviglia e l’applauso. Il vantaggio di Giucas è che si rivolgeva a un pubblico domestico e bonario: disposto, anche ridendo, a stare al gioco. Lo svantaggio di Donald è che il suo pubblico è il mondo. E il mondo applaude, o non applaude, quando lo dice lui, non quando lo dice Donald”.
Marco Follini, La Stampa
“Caro direttore, il litigio segue sempre la politica come un’ombra – fedele e inesorabile, più cupa o più sfocata a seconda del tempo – commenta Marco Follini su La Stampa-. A volte fa paura, mette ansia, esaspera gli animi. Altre volte galvanizza. Ma ha sempre dalla sua quella sorta di reciproca complicità che accomuna i litiganti fino a farli curiosamente somigliare, a dispetto della loro ostentata avversione. Forse anche il litigio politico – il nostro, almeno – avrebbe bisogno di una sorta di galateo. Non per nascondersi, tutt’altro. Semmai per svelare quello che sta nascosto nel luogo più oscuro di quell’ombra. Ci sono molti modi di litigare. Tra destra e sinistra s’è sempre detto che una differenza stesse proprio lì: la destra non litiga mai oltre un certo limite e trova il modo di serrare i ranghi senza esportare le proprie controversie oltre i confini della convenienza politica. La sinistra, invece, sembra provare un gusto maggiore nell’opporre al suo interno gli uni agli altri, in nome delle sue differenze e identità. Non so quanto questa rappresentazione sia ancora vera. Se anche in passato aveva una qualche ragione, oggi sembra venir meno. L’opposizione pare voler sostituire alle troppe sfumature di una volta una coesione e forse anche una disciplina non molto diversa da quella dell’altro campo. Il risultato è un litigio inesorabile tra i due blocchi e una coesione spesso inautentica al loro interno. Così il conflitto si fa più aspro, mentre l’eccesso di disciplina maschera contrasti non risolti. Il litigio politico finisce per somigliare ai duelli dei gentiluomini dell’Ottocento: una messa in scena in cui ognuno salva il proprio onore. Bisognerebbe invece dare un senso anche ai nostri litigi: accettare più dialettica dentro le coalizioni ed evitare che la ritualità dello scontro tra blocchi produca un conflitto troppo schematico. S’è visto anche ieri in Parlamento. Siamo sospesi tra litigi troppo nascosti tra vicini e litigi troppo esagerati tra lontani. Eppure il conflitto ben più drammatico che attraversa il mondo dovrebbe indurre tutti a riscoprire un senso della misura più utile al Paese.
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