-
Altro parere -
Pace lontana, equilibri cambiati, Italia spiazzata -
Altro parere -
La forza del diritto -
Altro parere -
La premier e lo scatto che serve -
L'impennata d'orgoglio ungherese -
Carlo Cottarelli: «Senza tagli l'Italia non ripartirà, ma con la politica ... -
Sabino Cassese: "Gli italiani traditi dai partiti" -
Altro parere -
Democrazie e fragilità -
Altro parere -
Incognite e balzelli -
Altro parere -
La violenza e il caos
Il nostro silenzio
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 10/03/2026
Sul Corriere della Sera Carlo Verdella punta il dito verso l’indifferenza con cui ormai assistiamo alle guerre in corso. “C’è qualcosa di più spaventoso - scrive - delle minacce di chi fa bombardare il nemico, delle urla di chi muore, del pianto di chi sopravvive, dei bambini rimasti orfani di tutto. La cosa forse più spaventosa è il nostro silenzio, più frutto di disinteresse che di neutralità o di imbarazzo a fronte di eventi complessi. La verità è che ci abbiamo messo poco ad abituarci alle stragi di civili come noi, che sono il 90 per cento delle vittime dei conflitti contemporanei, all’avvento impersonale e devastante dei droni, ai proclami di distruzione e alla progressiva e sfacciata demolizione di ogni minimo principio di diritto e di civiltà. Assistiamo muti e distratti al nuovo incendio divampato in Iran, che si collega in linea di fuoco allo scempio di Gaza e che si è già esteso ai Paesi del Golfo, fino alle prime incursioni a Cipro e Turchia. I bagliori delle fiamme e del fumo non sono poi così distanti. Potrebbero lambirci, precipitarci in uno scenario fino a poco tempo fa neanche immaginabile. I Paesi non direttamente coinvolti si riarmano, Germania compresa (il che fa un certo effetto), offrono basi per le incursioni aeree di quelli che furono alleati, inviano navi da combattimento ciascuno per ragioni proprie. Non c’è un leader, non una voce con la potenza necessaria per denunciare e maledire il disegno platealmente in atto, e risvegliare chi si è addormentato perché pensa che tanto protestare è inutile. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni, con un passato remoto cancellato di netto, e l’ordigno su una scuola elementare di Minab, 160 bambine iraniane morte qualche giorno fa, già archiviato come passato assoluto, ne capitano così tante di tragedie in questo periodo che ciascuna si dimentica in fretta. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social. «The world burns while we scroll», il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino). Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati. Il silenzio dell’incoscienza”.
Guido Tabellini, la Repubblica
Come scrive Guido Tabellini su Repubblica, “per valutare le conseguenze economiche della guerra in Iran bisogna porsi due domande. Quanto sarà grande lo shock per il prezzo del petrolio? E quanto è rilevante oggi il prezzo del petrolio per gli scenari economici? Per quanto sia difficile, azzardo due risposte. Primo, lo shock petrolifero sarà grande. Secondo, sebbene il prezzo del petrolio sia diventato molto meno rilevante che in passato, lo shock energetico arriva in un momento delicato per l’economia mondiale. Cominciamo dal primo punto. In termini reali (cioè tenendo conto dell’aumento del livello generale) il prezzo del petrolio a 100 dollari è ancora del 40% sotto il picco raggiunto durante la rivoluzione iraniana del ’79, quando la produzione mondiale di petrolio scese del 15%. Se salirà ancora, e di quanto, dipende da quando riaprirà lo stretto di Hormuz”. Quanto al secondo punto, ”l’economia mondiale è oggi molto meno dipendente dal petrolio rispetto al passato. Innanzitutto siamo diventati molto più efficienti nell’uso dell’energia, sia nel consumo (trasporti, riscaldamento) che nella produzione. Inoltre il peso dei settori energivori è diminuito nel corso del tempo, mentre è salito il peso delle fonti di energia alternative agli idrocarburi. Tutto bene quindi, anche se la guerra durerà a lungo? Non è detto, perché oggi siamo particolarmente vulnerabili. Primo, l’intelligenza artificiale aveva fatto salire la Borsa su valori compatibili con bolle speculative, potrebbe ora causare disoccupazione, e sicuramente farà salire il consumo di energia. Secondo, l’incertezza causata dalla guerra, che non riguarda solo il prezzo dell’energia, si somma alle incertezze già presenti, dai dazi al conflitto in Ucraina. Terzo, la finanza pubblica in molti Paesi è già insostenibile. Non a caso lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi è risalito di 20 punti base. Infine, soprattutto in Italia, la perdita di potere d’acquisto dei salari, a seguito degli shock inflazionistici di Covid e della guerra in Ucraina, non è ancora stata interamente recuperata, e ciò non lascia spazio a ulteriori assorbimenti dello shock petrolifero da parte dei salari reali. Questa guerra potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso”.
Salvatore Rossi, La Stampa
Anche Salvatore Rossi, sulla Stampa, si occupa dei risvolti economici della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. “Valutiamo che cosa può succedere alle nostre imprese” scrive. “Esse hanno una speciale debolezza sul terreno energetico. Le imprese funzionano a elettricità, e il prezzo che quelle italiane pagano ai distributori per l’elettricità consumata è da tempo il più alto d’Europa: secondo dati Eurostat relativi al primo semestre dello scorso anno, 120-125 euro per MWh contro i 95 della Germania, i 70-75 del- la Francia, i 65 della Spagna. Perché è così alto? Per tre motivi. Il primo è che l’elettricità si produce in Italia prevalentemente a partire dal gas, molto più che negli altri grandi paesi europei, che dispongono ad esempio di nucleare civile (Francia) o di energie rinnovabili (Spagna) prodotti in proprio. Dopo il brusco rialzo conseguente all’invasione russa in Ucraina il prezzo europeo del gas è sceso ma non è mai tornato ai livelli pre-crisi, quindi l’elettricità italiana, prodotta molto con gas, costa oggi di più. Il secondo motivo è che la parte di elettricità direttamente importata (il 15% del totale di quella consumata) viene acquistata a quotazioni maggiorate: l’Italia è in una zona di prezzo separata, avendo prezzi strutturalmente più alti. Il terzo motivo è fiscale: da noi gli acquisti di energia sono notoriamente gravati da imposte e tasse elevate. Questo è particolarmente vero per i consumatori, ce ne accorgiamo quando paghiamo le bollette per casa o la benzina per l’auto. Per le imprese è meno vero, ma sussiste comunque un differenziale rispetto alle imprese di altri Paesi europei, dovuto agli oneri di rete e di struttura. Lo svantaggio competitivo per le nostre aziende determinato dai maggiori costi energetici rischia dunque di essere ulteriormente aggravato dalle perturbazioni che stanno colpendo la produzione e gli scambi internazionali di energia a causa del conflitto in Medio Oriente”.
Altre sull'argomento
Le minacce di Trump alla Nato e le implicazioni per l'Europa
Il sollievo per la tregua in Iran non deve rallentare la risposta
Il sollievo per la tregua in Iran non deve rallentare la risposta
Transizione energetica, governo in retromarcia
Tagliate e depotenziate le misure a sostegno dell'efficienza energetica
Tagliate e depotenziate le misure a sostegno dell'efficienza energetica
Iran, incertezza sull'esito della guerra
Centrali il controllo sullo stretto di Hormuz e le sanzioni
Centrali il controllo sullo stretto di Hormuz e le sanzioni
Le conseguenze economiche della guerra
Gli shock degli anni Settanta furono più gravi: il rischio oggi non è ...
Gli shock degli anni Settanta furono più gravi: il rischio oggi non è ...
Pubblica un commento






