Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Le scelte azzardate di Trump

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/03/2026

Le scelte azzardate di Trump Le scelte azzardate di Trump Massimo Gaggi, Corriere della Sera
“Cercando una logica nella guerra di Trump e Netanyahu”, commenta Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, “si fa fatica, fattore nucleare a parte, a trovare il filo di una strategia coerente che giustifichi il rischio di allargamenti del conflitto. Mentre, ridotto in macerie l’ordine internazionale, gli Stati Uniti dovranno difendersi da attacchi ovunque nel mondo: i droni contro l’ambasciata di Baghdad e l’esplosione in quella di Oslo possono essere l’inizio di una spirale. Enorme l’azzardo di Trump sul piano internazionale, ma anche all’interno, in prospettiva elettorale: i Maga avevano creduto al suo impegno a non farsi coinvolgere in conflitti, soprattutto nel mondo arabo. Trump, convinto che l’imprevedibilità sia la sua arma più efficace, ormai non si fa problemi a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lo ha fatto per anni, ma in questo secondo mandato ha elevato l’improvvisazione a dottrina dichiarando apertamente di non sentirsi vincolato da leggi o accordi siglati in precedenza, anche da lui.  Ma per adesso, mentre a Washington i ministri degli Esteri e della Guerra, Rubio e Hegseth, si contraddicono e il vicepresidente JD Vance tace imbarazzato, avendo sempre tuonato contro l’interventismo americano, a Teheran ciò che resta del regime sembra aver scelto una strategia disperata, devastante, ma netta: vendere cara la pelle infliggendo i maggiori danni possibili agli Stati Uniti, ai traffici marittimi lasciando il mondo industrializzato a corto di petrolio e metastatizzando focolai di guerra in tutto il modo arabo che ha stretti rapporti con l’America: dai Paesi del Golfo alla Giordania. E se Stati Uniti e Israele hanno azzerato la capacità dell’Iran di difendersi da attacchi dal cielo, Teheran sta riuscendo, coi droni che le sono rimasti, a colpire i radar americani dislocati in Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Giordania. Lo spettro diventa, così, quello, di un prolungamento del conflitto per settimane, con rischi di discesa in campo di nuovi attori o, in caso di collasso del regime, frammentazione del Paese per iniziativa dei curdi e delle diverse comunità etniche, e anche religiose, che compongono il mosaico iraniano”.
 
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Su Repubblica anche Paolo Gentiloni si interroga sugli obiettivi di Trump, ancora oscuri - dice Gentiloni - a dieci giorni dall’inizio della guerra con l’Iran. “Il presidente intima la resa, minacciando di morte chiunque vi si opponga, ma poi evoca anche una soluzione ‘alla Maduro’, cercando una Delcy Rodriguez tra i Pasdaran. Esiti entrambi finora improbabili. In questa cupa incertezza, tutti si augurano che almeno la guerra sia breve, per limitare le sofferenze inferte ai civili ed evitare conseguenze economiche peggiori. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tranne Israele, e tranne forse chi crede che questo sia davvero un ‘intervento umanitario’, mentre l’impressione è che Trump sia pronto a sacrificare, in nome degli affari, gli iraniani che si sono battuti per la libertà contro il regime. Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose. A soffrirne sarebbero in particolare i Paesi che più importano petrolio e gas attraverso Hormuz, e quindi in primis la Cina e altri paesi asiatici, e poi molti paesi europei, tra cui l’Italia. Ma un impatto duraturo sull’energia, come pure sul trasporto di fertilizzanti, finirebbe per contagiare l’intera economia globale, indebolendo il ritmo della già ridimensionata crescita cinese e frenando la modesta crescita europea. Gli Stati uniti potrebbero sentirsi immuni: l’estrazione del petrolio shale ha quasi annullato le importazioni di combustibili fossili e l’aumento di prezzo del gas finisce nelle tasche di chi dagli Usa lo esporta in Europa. Ma una spirale prezzo dell’energia-volatilità dei mercati-inflazione-tassi di interesse colpirebbe duramente anche l’economia americana che è assai lontana da un’età dell’oro”.
 
Osvaldo De Paolini, Il Giornale
“C’è sempre una spiegazione ideologica”, scrive sul Giornale Osvaldo De Paolini, “quando in Italia non si riesce a fare qualcosa. E nel caso dell’energia l’alibi si chiama ambientalismo. Un ambientalismo spesso trasformato in una vera e propria forza di blocco, alimentata da comitati locali, amministrazioni territoriali e partiti, soprattutto di sinistra, che da anni predicano la transizione ecologica ma poi fanno di tutto per impedire la costruzione di qualsiasi impianto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta che il mondo si infiammi - prima la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, oggi la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran con lo Stretto di Hormuz sotto pressione - perché l’Italia si scopra improvvisamente fragile, esposta e dipendente dall’energia prodotta dagli altri. Non è sfortuna. È il frutto di scelte politiche precise. Oggi il mix elettrico italiano dice che circa il 41% dell’elettricità arriva dalle rinnovabili. Ma un altro 42% dipende dal gas naturale, che per oltre il 90% importiamo. E un ulteriore 15% di elettricità la compriamo direttamente dall’estero, soprattutto da Francia, Svizzera e Austria. Tradotto: una parte enorme dell’energia che tiene accese le fabbriche e illuminate le case degli italiani dipende da ciò che accade fuori dai nostri confini. Ma il problema non nasce oggi. L’Italia ha progressivamente rinunciato a produrre energia. Dopo il referendum sul nucleare del 1987 il Paese ha spento le proprie centrali atomiche e ha imboccato una strada tutta particolare: meno produzione nazionale, più dipendenza dall’estero. All’epoca sembrava conveniente comprare energia piuttosto che produrla. Peccato che nel frattempo il mondo sia cambiato. La geopolitica è tornata a pesare più dell’economia, le guerre influenzano i prezzi e le rotte energetiche possono essere bloccate da un giorno all’altro. In questo scenario la responsabilità della politica italiana è più che evidente. Per anni una parte consistente della classe dirigente ha coltivato l’illusione che bastasse invocare la transizione verde per risolvere tutto. Il Movimento 5 Stelle ha fatto del ‘no’ alle infrastrutture una bandiera identitaria. Il Pd ha oscillato tra realismo e sudditanza culturale verso l’ambientalismo radicale. E una galassia di comitati e associazioni ha trasformato ogni impianto energetico in una battaglia ideologica”.
 
Altre sull'argomento
Le minacce di Trump alla Nato e le implicazioni per l'Europa
Le minacce di Trump alla Nato e le implicazioni per l'Europa
Il sollievo per la tregua in Iran non deve rallentare la risposta
Transizione energetica, governo in retromarcia
Transizione energetica, governo in retromarcia
Tagliate e depotenziate le misure a sostegno dell'efficienza energetica
Iran, incertezza sull'esito della guerra
Iran, incertezza sull'esito della guerra
Centrali il controllo sullo stretto di Hormuz e le sanzioni
Meloni tenta il rilancio
Meloni tenta il rilancio
Dopo la batosta del no al referendum
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.