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Domande sull'islam politico

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 03/02/2026

Domande sull'islam politico Domande sull'islam politico Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
“Quanto potrebbe accadere nelle prossime ore in Iran - commenta sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia - ripropone in maniera drammatica il problema dell’Islam politico, di che cosa troppo spesso esso è. Riproponendo quindi domande di sempre, domande che non dobbiamo stancarci di fare innanzi tutto all’Islam stesso. Sì, è necessario non stancarci d’interrogare l’Islam, sfidando l’accusa d’islamofobia anche con le domande che possono risultare più imbarazzanti. Esattamente come a suo tempo non ci si stancò, per decenni, d’interrogare e mettere in imbarazzo i simpatizzanti dell’Unione Sovietica e del suo regime sfidando l’accusa di «anticomunismo viscerale» e altre consimili. La domanda chiave che non bisogna stancarsi di rivolgere all’Islam — inteso come l’insieme di Paesi e di popoli fedeli a quel credo che dalle pendici dell’Himalaia arriva alle coste dell’Atlantico — la domanda chiave, dicevo, non riguarda le ragioni per cui in nessuno di quei Paesi esiste un regime definibile come democratico. Riguarda bensì la libertà. Riguarda il fatto che tra l’Himalaia e le coste dell’Atlantico non esiste un solo Paese islamico — tranne casi limitati assolutamente eccezionali — dove la singola persona, indipendentemente dal sesso e dal suo status sociale, sia effettivamente libera. Perché nell’Islam nessuno è libero? Perché in nessun Paese islamico esistono la libertà e la tolleranza? Che cosa è che storicamente lo ha impedito e tuttora l’impedisce, favorendo viceversa una diffusa cultura della violenza ad esempio anche nell’ambito familiare? Questa è la domanda cruciale. Né ci si venga a dire che possono esserci altre e differenti forme di libertà, diverse da quella illustrata sopra. È una menzogna. La libertà è sempre e solo una cosa: la facoltà di non esser obbligati a dipendere da una volontà diversa dalla nostra, di pensare e di fare diversamente dagli altri, ci ricordava una certa Rosa Luxemburg. Dobbiamo porre ostinatamente la domanda e chiedere una risposta (ponendola magari a noi per primi) anche per una ragione: perché da tempo migliaia e migliaia di persone migrano in Italia da quei Paesi islamici che non conoscono la libertà e la tolleranza”.
 
Massimo Recalcati, la Repubblica
Anche Massimo Recalcati, su Repubblica, si occupa di islam politico e del regime di Khamenei in Iran. “Quel regime - scrive - non è solo l’espressione di un autoritarismo religioso arcaico ma una forma di totalitarismo morale che vorrebbe annientare la vita. La sua logica intrinseca è infatti radicalmente sacrificale: la causa di Dio soverchia quella degli uomini esigendo il sacrificio della loro vita. Di qui l’assoluta impossibilità — mentale oltre che istituzionale — della democrazia. L’Uno della volontà di Dio e dei suoi legittimi interpreti — gli ayatollah — si impone come la sola forma plausibile della legge. Mentre la democrazia dissocia quello che è di Cesare da quello che è di Dio, lo Stato religioso, come sappiamo, si istituisce sulla confusione dell’uno con l’altro. In questo senso il regime iraniano è una versione estremista della cultura patriarcale: esso si fonda sulla parola di un padre titanico (Dio e i suoi rappresentanti) la cui parola rende impossibile ogni altra parola. Si tratta di un padre che non trasmette la legge come limite condiviso, ma che la impone come un comando incontrovertibile. È l’essenza di ogni ideologia patriarcale: il padre non è il simbolo dell’unione possibile tra la legge e il desiderio ma incarna una legge che odia il desiderio esigendo la sua estirpazione. È un padre che non consente la separazione, non permette l’avvicendamento generazionale, non accetta di essere destituito. Per questo la sua sovranità è intrinsecamente violenta e pervasa da una ideologia di morte. L’odio per la vita emerge nella sua forma più pura nell’odio per le donne, per la giovinezza, per la libertà, per la pluralità. La sola forma di governo possibile è quella della sorveglianza permanente della polizia morale, della punizione che esclude ogni forma di grazia. La forza di uno Stato teocratico-totalitario consiste nel preservare il consenso con l’esercizio del terrore: la pena capitale, l’impiccagione pubblica o la repressione non sono deviazioni patologiche del sistema, ma ne costituiscono il funzionamento ordinario”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Sulla Stampa Marcello Sorgi sostiene che è sbagliato e fuorviante definire terroristi gli autori delle violenze di piazza nella manifestazione di Torino pro Askatasuna, perché non vi è attualmente alcun “ritorno del terrorismo”, così come non vi è nessuna “recrudescenza di altri fenomeni come camorra e ‘ndrangheta, pur tenute sotto controllo da magistratura e corpi di polizia specializzati”. “Ed è bene che sia così” afferma, perché in caso contrario “un governo che dal momento del suo insediamento ha fatto della politica securitaria, dell’aumento delle pene, dell’istituzione di nuovi reati (che poi tanto nuovi non sono, perché a guardar bene sono già previsti dal Codice penale in vigore), a tre anni dal proprio insediamento dovrebbe ammettere il proprio fallimento. Ma il governo non rinuncia a inseguire l’onda mediatica provocata da fatti di cronaca”. Così, prevede Sorgi, in merito ai gravi fatti di sabato “ascolteremo Piantedosi in Parlamento” che darà la sua versione: “I violenti che ai margini della manifestazione, dopo essere usciti travestiti dalle file del corteo, hanno aggredito, dieci contro uno, l’agente Alessandro Calista, malmenandolo, prendendolo a calci e a pugni e perfino a martellate, e mandandolo al pronto soccorso, sono l’esempio di una nuova criminalità politica contro la quale lo Stato ha bisogno di nuove leggi e nuovi strumenti, per combatterla. Tutto vero. Ma che lo Stato si sia dotato di un rinnovato servizio di ordine pubblico (al quale lo stesso Calista, proveniente da Padova, apparteneva), efficiente, ben addestrato e formato in modo da non incorrere negli errori del G8 di Genova e delle torture alla scuola Diaz di venticinque anni fa; e che sarebbe bastato schierare un maggior numero di agenti specializzati (come appunto Calista), in modo da non lasciar solo il poliziotto aggredito; ecco, tutto questo, siamo certi, Piantedosi non lo dirà”.
 
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