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La guerra ombra di Mosca
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 19/12/2025
“Almeno 145 sabotaggi in meno di quattro anni – sottolinea Maurizio Molinari su la Repubblica-. È la guerra ombra di Mosca contro l’Europa, parte della strategia con cui Vladimir Putin sostiene l’invasione dell’Ucraina. Funzionari Nato e Ue tracciano la mappa delle azioni attribuite ad agenti russi in vari Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Romania, con un doppio obiettivo: indebolire gli aiuti a Kiev e minare la credibilità delle difese dell’Alleanza. I dati raccolti dall’Associated Press mostrano la crescente importanza che il Cremlino assegna allo scacchiere europeo. Si tratta di azioni clandestine, di entità apparentemente minore ma dagli effetti rilevanti. Nel novembre scorso un’esplosione ha colpito un treno polacco vicino a Mika: nessun ferito, ma Varsavia ha parlato di “gravi pericoli alla sicurezza”, inviando 10 mila uomini alla frontiera russa. Il sabotaggio, contro una ferrovia usata per gli aiuti all’Ucraina, è stato letto come prova dell’esistenza di reti di agenti di Mosca sul territorio. Il Cremlino ha negato, ma almeno 13 Paesi Nato documentano una serie di incendi dolosi — 26 nel 2024 e almeno 6 nel 2025 — soprattutto in Estonia e Polonia, ma anche in Lettonia, Gran Bretagna, Germania e Francia. Quando gli autori vengono arrestati, spesso sono criminali comuni reclutati in cambio di denaro. Il fine è mettere sotto pressione le difese Nato o colpire obiettivi simbolici, come il Museo dell’Occupazione di Riga. I Paesi baltici hanno creato una task force congiunta; la polizia britannica ha affidato all’antiterrorismo l’indagine sull’incendio di un deposito londinese di forniture per l’Ucraina. Rientrano nei sabotaggi anche i palloni provenienti dalla Bielorussia verso Lituania e Polonia, ritenuti un precedente pericoloso. Nel 2025 sono comparsi droni sui cieli di numerosi aeroporti europei, volando indisturbati e causando chiusure prolungate. Secondo Piotr Arak dell’Atlantic Council è una campagna russa “di lungo termine e basso costo” per colpire la vita quotidiana e far sentire i cittadini europei in guerra. Da qui la necessità di nuove difese delle infrastrutture civili, contro quella che l’Ue definisce ‘guerra ibrida’. Anche perché, avverte il generale ceco Karel Rehka, “l’obiettivo è dimostrare che l’articolo 5 non garantisce sicurezza assoluta”. Forse anche per questo tre guardie di frontiera russe hanno violato ieri il confine estone sul fiume Narva”.
Gabriele Segre, La Stampa
“Si torna a parlare di leva. Sepolta da trent’anni nella memoria collettiva – ricorda Gabriele Segre su La Stampa - sta riemergendo giorno dopo giorno. Prima in Francia, poi in Germania, infine anche da noi, è tornata a essere un tema legittimo del dibattito pubblico, dopo anni ai margini. Non sempre è chiamata con il suo nome: ‘servizio’, ‘formazione’, ‘impegno civile rafforzato’. Si cambia il lessico, si abbassa il tono, ma la sostanza è la stessa. Qualcosa di profondo sta cambiando, non solo nella strategia militare o negli equilibri geopolitici, ma dentro di noi. Ridurla a uno strumento tecnico o a una scelta politica sarebbe un errore. La leva è anzitutto un rito: il momento in cui una comunità dice ai suoi figli per che cosa, se necessario, dovranno rischiare la vita. Per molto tempo l’Europa ha vissuto nella convinzione che della leva non ci fosse più bisogno di parlare. La guerra appariva remota, fuori dal perimetro della vita normale. Su questa distanza si è costruita l’identità europea: la promessa di un futuro migliore, di frontiere che cadevano sotto il peso delle opportunità e non degli eserciti. Un’ambizione straordinaria: fondare l’unità non sullo scontro, ma sulla presunzione di poterne fare a meno. Ora quella promessa vacilla. Il mondo è diventato più duro, più instabile. La guerra è tornata a essere una possibilità concreta e questo cambia il modo in cui una comunità si pensa. La leva ne è il segnale più netto: chiedere ai giovani di ‘servire’ non significa solo rafforzare le difese, ma ridefinire il legame sociale, dire che l’abbondanza non basta più. È su questa base che l’Europa tenta di ricostruire coesione. Ma la leva che ritorna non è europea: è nazionale. Ogni Paese la riempie delle proprie paure e della propria storia. Sensibilità diverse che non aiutano l’unità, perché la paura non è un collante. È una passione solitaria. Il nodo vero non è la leva in sé, ma il fondamento che la sostiene. Può tornare a essere necessaria in un mondo più duro. Ma se nasce solo da paure separate, rischia di restare una mobilitazione senza orizzonte. A un giovane si può chiedere di servire solo se non lo muove il timore, ma la speranza di ciò per cui vale la pena rischiare”.
Giovanni Scarafile, Avvenire
“Il Messaggio di papa Leone per la Giornata mondiale della pace giunge in un momento storico di straordinaria drammaticità – puntualizza Giovanni Scarafile su Avvenire - segnato dall’aumento delle spese militari e dalla proliferazione dei conflitti armati. La sua specificità più rilevante è la proposta di un realismo alternativo, che rovescia il paradigma dominante. Leone XIV denuncia con lucidità il paradosso del nostro tempo: «Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza». È qui che si gioca la partita decisiva: quale realismo? Quello che vede solo minacce, o quello capace di riconoscere la pace come presenza e cammino prima ancora che come meta? Richiamando Sant’Agostino, il Papa sottolinea un dato essenziale: la pace è «a portata di mano». Il problema non è dunque la sua assenza, ma la nostra cecità di fronte alla sua presenza operante, la nostra incapacità di nominarla e testimoniarla. Questa prospettiva apre alla dimensione del dialogo, che nel Messaggio assume un rilievo centrale. Il riferimento ad Agostino — «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace» — e alla Gaudium et spes indica l’ascolto e l’incontro come alternativa strutturale alla logica della contrapposizione armata. Non si tratta di ingenuità, ma del riconoscimento che la deterrenza nucleare e l’equilibrio del terrore incarnano «l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato sulla paura e sul dominio della forza», oltre a favorire un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari. Leone denuncia anche il tentativo di riorientare le politiche educative attraverso campagne che diffondono la percezione di minacce e una nozione meramente armata di sicurezza. Il dialogo diventa così resistenza alla militarizzazione del pensiero stesso. La riflessione antropologica si concentra poi sulla fragilità, simbolizzata dal Bambino di Betlemme: non la potenza militare che si pretende dissuasiva, ma la vulnerabilità che mette in discussione la direzione scelta come singoli e come comunità. Per la vita quotidiana, il Messaggio offre indicazioni precise: custodire la pace come «una piccola fiamma minacciata dalla tempesta», praticare il disarmo integrale degli spiriti, rifiutare l’escalation verbale e la chiusura identitaria, promuovere responsabilità civili e politiche. La pace, conclude papa Leone, non chiede di essere costruita dal nulla, ma riconosciuta e custodita come presenza già operante nella storia. Un realismo più radicale di quello armato, perché osa credere che la conversione dei cuori renda possibile ogni disarmo esteriore”.
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