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Così l'Asia tradisce i suoi figli
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 17/12/2025
“Questo doveva essere il Secolo Asiatico. Ma nel 2025 in quella parte del mondo sono divampate rivolte, soprattutto giovanili. La Generazione Z è scesa in piazza in Indonesia, Nepal, Filippine, protestando contro la corruzione, la censura, le promesse tradite, la mancanza di opportunità. Un caso a parte è la seconda superpotenza mondiale, la Cina”. Lo scrive Federico Rampini sul Corriere della Sera parlando di ‘Asia che tradisce i suoi figli’: “Lì (in Cina ndr) il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20% nelle statistiche ufficiali, molti lo stimano ben più alto. Prima, se un giovane laureato non trovava lavoro, dava la colpa a sé stesso, secondo un’etica meritocratica e confuciana. Oggi lo stesso giovane disoccupato dà la colpa al sistema; idem i suoi genitori, che hanno speso una fortuna per la sua istruzione e se lo ritrovano «sdraiato» a casa. In parallelo aumentano le candidature ai concorsi per la burocrazia statale. Questo però dà un’immagine diversa da quella di una Cina lanciata nella gara per il primato dell’intelligenza artificiale e di tutte le tecnologie avanzate. L’Occidente vede la punta dell’iceberg, i settori modernissimi, i capitalisti innovativi. La grande Cina contiene altre storie meno esaltanti: crescita in calo, investimenti in caduta, consumi depressi dal pessimismo. Anche la soglia simbolica del Trilione — il record storico di mille miliardi di dollari nell’attivo commerciale col resto del mondo — è un sintomo di debolezza più che di forza. La revisione di scenario sul Secolo Asiatico è in corso da tempo. È tra il 2000 e il 2010 che il sorpasso cinese sembra certo: in quel decennio il Pil della Repubblica Popolare misurato in dollari balza dal 12% al 41% del Pil americano. È un salto spettacolare, è comprensibile che in quel periodo si tenda a estrapolarlo verso il futuro. Col decennio attuale, cioè a partire dal 2020, il rovesciamento si rafforza. Solo l’India continua a tenere il passo con gli Stati Uniti. Il Pil della Cina retrocede dal 70% al 64% rispetto a quello americano e il divario tra le due superpotenze torna così ad allargarsi. Se si uniscono fra loro le economie di tutta l’Africa, di tutta l’America latina, di tutto il Sud-Est asiatico, il loro peso complessivo cala dal 90% al 70% del Pil americano. L’ascesa del Resto del Mondo – conclude - ha intrapreso una marcia a ritroso. Le cause sono tante ma nessuna di queste crisi ha implicazioni così rilevanti come quella cinese”.
Tito Boeri, la Repubblica
Tito Boeri su Repubblica definisce le norme sulle pensioni in Manovra ‘uno sfregio ai lavoratori’: “Sulle pensioni pubbliche la maggioranza di governo sembra soffrire di una grave forma di schizofrenia, una patologia grave quando si ha a che fare con i piani a lungo termine delle famiglie. Toglie con una mano, soprattutto ai giovani e alle donne, quello che concede con l’altra a chi sta andando oggi in pensione. Il governo - scrive l’editorialista - ha per mesi sostenuto di voler sterilizzare l’indicizzazione delle pensioni alla speranza di vita. Nella legge di bilancio presentata a ottobre ha poi optato per limitarsi a ritardare l’entrata in vigore di questo adeguamento. Certo, molto meglio della sterilizzazione che avrebbe aperto una voragine nei conti pubblici paragonabile a quella del superbonus. Ma anche il semplice rinvio dell’entrata in vigore dell’adeguamento crea un pericoloso precedente perché corrompe un automatismo che ha un fondamento oggettivo. Se si vive più a lungo, si percepirà la pensione più a lungo. La longevità rende, in altre parole, di per sé più generose le pensioni perché aumenta il numero dei versamenti mensili che verranno effettuati. Nel maxi-emendamento si opera in direzione opposta a quella appena descritta: si inaspriscono i requisiti anagrafici per la pensione anticipata per le generazioni che matureranno i requisiti dal 2031 in poi. Lo si fa indipendentemente dall’aumento della longevità e in modo assai poco trasparente: operando sul sistema delle cosiddette finestre anziché sui requisiti espliciti di pensionamento. Le finestre sono uno strumento barbaro, iniquo e offensivo dell’intelligenza dei contribuenti. Illudono una persona di poter andare in pensione a una certa età e anzianità contributiva. Ma la maturazione dei requisiti non coincide con l’erogazione della pensione perché ci sono queste “finestre” che ritardano i primi pagamenti. Al di là della simbologia rovesciata — le finestre dovrebbero offrire un’immagine di apertura, di nuove prospettive e qui invece diventano un tornello bloccato — si tratta di una colossale presa in giro, soprattutto di coloro che hanno problemi di liquidità e non possono permettersi di rimanere per mesi senza stipendio e pensione. O, se volete – conclude - sono una espressione della codardia del decisore politico che ha paura di dire le cose come stanno, cioè che si sta aumentando l’età di pensionamento”.
Alessandro De Angelis, La Stampa
“Guardate le immagini (senza volume) di Giorgia Meloni ieri in Parlamento. Ci raccontano di un linguaggio del corpo meno baldanzoso del solito, di tanti foglietti pieni di appunti, di un numero infinito di bicchieri d’acqua ingurgitati quasi per deglutire la tensione”. Così Alessandro De Angelis evocando un ‘bivio tra Ursula e Donald’: “Ascoltate le parole, più dimesse del solito, prive stavolta di un titolo ad effetto, anche scomposto. Parole e immagini fotografano il bivio, e dunque la difficoltà, tutta politica di fronte a cui si trova la premier italiana alla vigilia di un Consiglio europeo che rappresenta uno snodo decisivo nella storia, nel mondo di Trump. L’esca lanciatagli da Putin alla vigilia – che suona così: non parlo con i porcellini, parlo con te per una operazione a tenaglia – e le minacce di Orban lo rendono un appuntamento esistenziale per l’Europa: se, in questo contesto, non prende una posizione chiara sugli asset russi ed esce con un bizantinismo, semplicemente si arrende. E la resa non sarebbe a costo zero: né sul fronte internazionale né per le leadership all’interno dei singoli paesi che, da Merz a Macron, si tengono a galla soprattutto sulla politica estera. Ecco il bivio: può permettersi Giorgia Meloni di essere l’unico leader europeo, assieme ad Orban, a dire di no, di fronte a uno scatto? Questo fa da sfondo a un discorso ancor più chiuso del solito nel recinto dell’appartenenza: le critiche ai burocrati e al bilancio europeo, la sostanziale difesa di Trump addossando all’Europa i suoi ritardi, la cancellazione della parola armi dalla mozione. E tuttavia, nelle pieghe, la premier si tiene dei margini di way out. Se sul Mercosur, dove potrà sfruttare la convergenza con l’odiato Macron, è stata più tranchant, sul dossier riguardante gli asset resta cauta e scettica, ma sostanzialmente rinvia alla discussione in sede di Consiglio: “Decideranno i leader, “servono basi giuridiche solide”, “siamo aperti a tutte le soluzioni”. Il bivio, dicevamo, fotografa il punto esatto in cui si trova Giorgia Meloni: tra Europa e Trump, interesse nazionale e consonanza ideologica. Non è un passaggio banale. Un isolamento rispetto ai paesi fondatori significherebbe, per l’Italia, una ricollocazione geopolitica piuttosto marcata, che peraltro – conclude - mette in discussione quanto la stessa premier ha fatto finora sull’Ucraina, sia pur con diversi livelli di intensità”.
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